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SPIAGGE ITALIANE: UNA FONTE DI RICCHEZZA CHE RISCHIA DI FINIRE PRESTO.

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Cosa sarebbe l’Italia senza le sue dorate spiagge, che richiamano ogni anno milioni di turisti da tutti gli angoli dello “stivale” e da molte zone dell’Europa? Di certo si verrebbe a perdere un’importante entrata alla voce turismo dell’economia nazionale.
La privatizzazione delle spiagge in Italia è un problema ormai radicato ed è dovuto all’enorme guadagno che i proprietari e i gestori degli stabilimenti balneari ricavano nell’affittare dallo Stato superfici di sabbia a cifre irrisorie per investirci poi in ombrelloni, bar, ristoranti, boutique e quant’altro: un euro al metro quadrato costa loro questa impresa, per poi fruttare quasi settanta volte tanto a livello di economia locale! Ecco perché in numerose località costiere bisogna percorrere chilometri e chilometri di lungomare per trovare un po’ di spiaggia libera.
Ad accompagnare, poi, lo sfruttamento dei lidi si sommano tutte le modificazioni della costa: basti pensare alla costruzione di strade oppure alle abitazioni e agli alberghi, che talvolta vengono realizzati a strapiombo sul mare. Il problema di tutti questi interventi dell’uomo è che impediscono il riciclo naturale dei materiali che costituiscono non solo la spiaggia, la quale arretra a ritmi impressionanti, ma l’intera costa. Infatti, l’habitat delle dune in Italia non esiste quasi più da nessuna parte, eccetto presso qualche area protetta (magari nata proprio per salvarle), perché viene reso edificabile. Il prelievo di sabbie e ciottoli dai fiumi usate per le costruzioni impedisce a questi materiali di tornare al mare e andare a ricostituire parte di quelle spiagge erose dalle burrasche d’inverno. L’urbanizzazione di costoni rocciosi lambiti dalle onde ne comporta il loro irrigidimento, perché di certo si attueranno misure tali da rendere sicure le case che vi sono state costruite; ma se quel costone era pronto per franare? Così facendo l’uomo impedisce ancora una volta di ridare al mare quel prodotto che deve essere rielaborato naturalmente.
Nonostante questo, gli affamati di speculazioni costiere non si sono arresi e hanno messo in atto un metodo molto costoso, ma che, solo temporaneamente, ridà granelli alle spiagge. Si tratta di andare a prelevare, in primavera, sabbia nel mare a profondità di 90-100 metri (invece solo pochi anni ci si riusciva a 50-60 metri); con la draga la si trasporta mista ad acqua fino a quattro-due chilometri da riva e da qui, con appositi sistemi di tubazioni, si porta fino a terra e si scarica sulla spiaggia. Sembrerebbe una soluzione intelligente se la sabbia usata, così, per i “ripascimenti” non durasse una o due stagioni al massimo. Infatti, è il mare che decide cosa riprendersi, e lo fa in base alla granulometria e alla composizione della sabbia che si trova sulla spiaggia. Nemmeno le barriere frangiflutti sono, poi, così efficaci, le quali, anzi, generano delle correnti laterali che possono raggiungere e danneggiare spiagge naturali a chilometri di distanza. Nonostante questo, un’operazione del genere costa tra i 13 e i 17 euro a metro cubo. Il ripascimento, in realtà, non è un’idea sbagliata, ma bisognerebbe pianificarlo con studi che non si fermino solo alla visione ingegneristica e geologica, perché il mare è un sistema complesso, che interagisce con un ambiente che va oltre la spiaggia. Un esempio è dato dalla zona costiera francese di Nizza, dove la spiaggia è stata rinvigorita con ciottoli, molto più resistenti della sabbia all’erosione. Dietro a questa strategia ci sono numerosi ricercatori e borsisti dell’Università di Parigi, che hanno valutato e scelto il metodo migliore per difendere la costa, ma anche per salvare “l’economia della balneazione”.
In Italia ciò che manca o, comunque, è poco sviluppato, è un approccio globale ai problemi. Siamo ancora alla fase “salvare qualcosa significa dover sacrificare qualcos’altro”, che si traduce, nel caso specifico, in difendere le spiagge più che le coste. Ma piani che tutelano a lungo termine sia l’uno che l’altro sono possibili.

Angela Tavone
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Ashera, il gatto OGM
Da tre anni si stava progettando la sua “realizzazione”.

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La Lifestyle Pets è una compagnia americana la cui missione è quella di “unire le persone agli animali domestici secondo il proprio stile di vita”. È questo che dice di sé l’azienda, fondata dall’imprenditore britannico Simon Brodie. Uno slogan del genere non desterebbe alcuna stranezza se non si sapesse che si tratta di un’industria biotecnologica e che pochi giorni fa ha fatto conoscere al mondo la sua nuova creatura: Ashera, la più rara ed esotica razza di gatto domestico.
La livrea somiglia a quella di un giaguaro, ma con la faccia di un gatto domestico. È lungo 1,20 m, pesa oltre 14 kg e può raggiungere i 25 anni di età. Non si tratta del risultato di una selezione di razze, ma di una vera e propria opera di ingegneria genetica, che ha utilizzato la manipolazione dei geni provenienti da un gatto delle selve africano, un gattopardo asiatico e un gatto domestico europeo.
Viene spontaneo chiedersi perché “creare” un gatto così, non bastavano già le tantissime varietà e razze del nostro vecchio e caro micio da compagnia? Quello della Lifestyle Pets non è un esperimento, ma un progetto che il signor Brodie ha iniziato a studiare da ben tre anni. Lui assicura che, nonostante il suo aspetto richiami i felini selvatici, in fondo è un grosso gattone che ama le coccole, i luoghi caldi e la compagnia delle persone. Non è aggressivo e ha un temperamento molto forte; insomma, pregi e difetti del gatto che noi tutti conosciamo.
La cosa più sorprendente non è che Ashera è venduto, anche on line, alla esorbitante cifra di 28.000 $ (circa 19.500 €), ma che la Lifestyle Pets ha una lista di ordinazioni chiusa per i prossimi nove mesi! Gli acquirenti provengono soprattutto dall’Asia, dagli Stati Uniti e dalla Russia. Evidentemente a loro non importa se, oltre al caro prezzo del gatto, dovranno pagare anche 6000 $ se volessero scavalcare la lista di attesa e altri 1500 $ per i costi del viaggio. Naturalmente un collaboratore dell’azienda custodirà il prezioso felino fino all’uscio del suo nuovo padrone.
Sembra, dunque, che la gente di fronte a questo nuovo frutto dell’ingegneria genetica non sembri intimorita, anzi, piuttosto entusiasta e incuriosita. In fondo, la stessa azienda si era già cimentata con la creazione di “gatti a misura di uomo”, determinandone una varietà ipoallergenica per favorire, così, tutte quelle persone che adorano i gatti ma non possono starci a contatto per via di fastidiosi sintomi, che vanno dal rossore, a problemi respiratori, fino all’insorgere di vere patologie. Per realizzare questo, i genetisti sono riusciti ad isolare e rimuovere la proteina, denominata Fel d 1, responsabile delle allergie all’uomo, secreta soprattutto da pelle e saliva del gatto.
Il gatto ipoallergenico è stato un vero successo per la Lifestyle Pets, che da tre anni ne ha venduti centinaia al prezzo di 4000 $ (circa 3150 €). Ma chi ci dice che la proteina di cui è stato privato il gatto per favorire l’uomo, non abbia svantaggiato in qualche modo l’animale stesso? In fondo, se il felino possiede quella proteina ed è attiva nel suo organismo, pur dovrà avere una sua funzione.
Mentre negli Stati Uniti eventi del genere sembrano normali e molto approvati, in Italia la situazione è ben diversa, perché sicuramente questi “prodotti” della manipolazione del DNA suscitano molto sconcerto e contestazione, forse perché sono percepiti come “esperimenti pericolosi”, di cui non se ne conoscono i rischi.
Infatti, chi può assicurarci che Ashera conservi nel suo codice genetico qualche traccia di quel carattere di aggressività proprio dei felini selvatici dai quali se ne è avuto l’incrocio. Anche se ci fidiamo delle parole del signor Brodie e collaboratori, in Italia la detenzione di questo animale è vietata, perché il decreto del Ministero dell’Ambiente del 19 aprile 1996 vieta la detenzione ai privati di animali anche solo ibridati con specie selvatiche e perciò potenzialmente pericolose.
Non c’è dubbio che l’ingegneria genetica stia facendo sempre più passi da gigante: dopo il super-topolino, che corre di più, mangia il doppio e vive più a lungo, ecco che anche il suo più storico predatore è stato reso meno vulnerabile. Se tutto questo ancora non ci ha stupito, aspettiamoci dalle biotecnologie il superamento di nuove e forse più inquietanti frontiere.

4 Novembre 2007
Angela Tavone

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Responses

  1. Buongiorno,
    sono allevatrice di gatti siberiani, la particolarità di tale razza è che
    sono ipoallergenici in quanto hanno una produzione molto bassa di proteina
    fel d1. Mi farebbe piacere se inseriste un articolo relativo a tale razza.
    Potete visionare il mio sito web http://www.gattosiberiano.eu, sono
    disponibile a concedere testi e foto se ne citate la fonte.
    Inoltre abbiamo fondato da poco un club di razza l’European Siberian Cat
    Club(sito web http://siberiancatclub.it), se volete possiamo inviarvi un
    comunicato stampa.

    Cordiali saluti,
    dott.ssa Roberta Matis


    Abakan All. amatoriale Gatto Siberiano
    http://www.gattosiberiano.eu

  2. Gent.le dott.ssa Matis,
    la ringrazio per avermi contattato.
    Ho visitato il sito sul gatto siberiano ed è stato interessante scoprire come questa razza felina possegga naturalmente un basso tasso della proteina che poi comporta allergie all’uomo.
    Al più presto scriverò un post sul suo “allevamento amatoriale”, soprattutto per diffondere questa informazione per tutti quegli amanti dei gatti che non possono proprio restagli vicini.
    Cordiali saluti,
    Angela Tavone


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