Pubblicato da: Angela | 1 marzo 2017

Storia di attese ripagate

di Angela Tavone

Uno sguardo di speranza volge verso i circhi glaciali. Questi sono così lontani dal punto di osservazione eppure provocano una sensazione confortevole, di chi è al sicuro e sa che molto probabilmente, dopo lunghe attese, da lì potrà godere uno spettacolo straordinario.

È questo ciò che ho personalmente provato alla mia prima partecipazione al monitoraggio delle femmine di orso con cuccioli, organizzata dal Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise, alla quale hanno accesso, oltre al personale di aree protette, i volontari regolarmente iscritti e che hanno seguito il corso di formazione organizzato dall’Ente Parco.

Il monitoraggio consiste nel prendere posto, con un piccolo gruppo di persone selezionate, presso una delle numerose postazioni assegnate dall’Ente Parco (controllate simultaneamente da più gruppi di operatori) muniti di binocoli e cannocchiali, e, in un periodo orario definito, osservare costantemente cosa accade in direzione di aree dove si presume che, prima o poi, loro, gli orsi marsicani, faranno la comparsa. E si presume a buona ragione, perché si tratta di aree con abbondanza di cibo, la cui specie dominante è il Ramnus alpinus – perciò definite ramneti – e l’orso è molto ghiotto delle bacche nere che la pianta produce alla fine dell’estate. I ramneti possono essere considerati delle vere e proprie “mense” per gli orsi, i quali le frequentano per settimane tra la metà di agosto e la metà di settembre, per assecondare quel bisogno di alimentazione continua, la loro nota iperfagia, che proprio in quel periodo li spinge a nutrirsi abbondantemente per accumulare riserve caloriche in vista dell’inverno.

È questo il momento migliore per osservare gli orsi mentre banchettano con uno dei loro cibi preferiti e, proprio perché i ramneti sono geograficamente localizzati nel territorio del Parco, per contare soprattutto le femmine con i propri cuccioli, che si muovono sempre insieme – mentre i maschi restano prevalentemente da soli e non partecipano alle cure parentali. Questo monitoraggio, perciò, consente di avere un’idea piuttosto precisa di quanti nuovi nati sono riusciti a sopravvivere alla fine della loro prima estate e calcolare, quindi, il tasso di riproduttività della popolazione.

E allora ecco gli occhi puntati, in attesa, verso i circhi glaciali, che spesso ospitano gli arbusti di ramno.

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Quel pomeriggio, al mio primo appuntamento col cannocchiale, mi sentivo fortunata, sentivo che io e il gruppo di volontari SLO dalla nostra postazione saremmo riusciti ad osservare gli orsi. La mia forte sensazione, nutrita anche da una buona dose di speranza come di chi non ha ancora mai visto un animale così bello in natura, ben presto si è rivelata giusta, perché dopo circa mezz’ora di perlustrazioni con le spesse lenti, uno dei miei compagni di osservazioni, in piedi al cannocchiale, pronuncia deciso “Eccolo!”, con una punta di gioia e soddisfazione, perché in fondo lo stava aspettando. Tutti noi stavamo aspettando di vedere quel grosso punto marrone che si arrampicava svelto lungo il versante sinistro del circo glaciale. Prendendo posto al cannocchiale, lo guardo camminare deciso e sorrido: sembra quasi che per lui non esista alcuna pendenza in salita, né terreno accidentato fatto da grossi sassi mobili. Va dritto per la sua strada e mi sorprendo di quanto poco tempo abbia bisogno per salire sulla cresta del circo e valicare: era diretto lì, dall’altra parte della montagna. E nel frattempo che mi godevo lo spettacolo dell’orso “scalatore”, di nuovo la voce convinta “Eccone un altro! Another bear!” accresce l’eccitazione per quella nostra missione! Chiedo dove guardare e questa volta col binocolo scorgo un puntino più piccolo, in mezzo ai cespugli di ramno, nel circo glaciale di sud ovest! Non è facile osservarlo finché non si sposta. Infatti, spesso gli orsi si confondono con l’ombra degli stessi arbusti nei quali talvolta si infilano per mangiare più comodamente. Presi i punti di riferimento, direziono il cannocchiale per guardarlo meglio consumare il suo pasto e muoversi da un ramo all’altro, da un arbusto all’altro.

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Essendo il primo orso ormai scomparso all’orizzonte, tutti i nostri occhi sono puntanti sull’altro. Abbiamo tutto il tempo di osservarlo bene, a turno, al cannocchiale ed è lì che si fa forte e piacevole la sensazione di guardare, quasi spiare, un animale selvatico senza che questo sappia, ci senta o ci veda. Nessun disturbo per lui, nessun timore per noi. E mentre mi godo la scena del placido orso che rovista minuzioso tra i ramni, ecco che accade l’imprevisto. Una percezione improvvisa spinge l’animale a smettere di mangiare e ad iniziare a correre, correre così velocemente da raggiungere il margine del bosco in pochi secondi dal bel mezzo del circo glaciale dove si trovava! Centinaia di metri in pochi attimi: quell’orso era davvero spaventato, ma da cosa? Un’inquietudine mi pervade e mi rende perplessa, mentre annoto l’episodio e l’orario sul taccuino elettronico. La corsa dell’orso aveva lasciato la scena vuota, priva di movimenti interessanti, portandosi via degli interrogativi che solo dopo diversi minuti sono stati svelati. Infatti, sulla cresta della montagna, proprio a cavallo tra i due circhi, compaiono le sagome di tre persone, una si dirige a destra, le altre due scendono lungo il pendio che separa i teatri naturali. Ecco cosa aveva tremendamente spaventato l’orso molti minuti prima! Un altro gruppo di volontari del monitoraggio, oppure di escursionisti, che aveva vociato troppo forte prima di arrivare sul luogo di osservazione. E così si era creata una bizzarra combinazione di sensi mancanti: noi potevamo solo vedere, loro, al di là della montagna, potevano solo sentire, così come l’orso, che ha preferito ascoltare… il proprio istinto e fuggire via! Soprattutto dopo quell’episodio ho apprezzato molto la nostra postazione, così lontana e innocente.

In quella mia prima giornata di monitoraggio mi sentivo già molto soddisfatta per aver osservato scene a me totalmente nuove e peraltro singolari, quando l’iperfagia di un altro orso mi permette di avvistarlo per prima, così lo comunico agli altri compagni con un grande sorriso. Le persone sulla cima sono andate via da poco e il nuovo orso si lascia osservare a lungo durante il suo banchetto, poi scompare per diversi minuti. Quando riappare siamo quasi certi sia sempre lui, perché la zona di azione è la stessa. Dopo un po’ scompare di nuovo, ma dove va? Ormai la luce è scesa e i ramni sembrano più appiattiti al suolo. Tra il bosco e i cespugli eccolo ancora: sarà sempre lo stesso? Quasi certamente sì, ancora una volta, perché nessun altro animale si aggira lì, in quei frangenti. Altri lunghi minuti ancora sotto i nostri sguardi, poi scure nuvole sulle cime delle montagne chiudono il sipario sul quel pomeriggio di osservazioni così nuovo, così dinamico.

E se il mio primo tramonto di avvistamenti è sembrato tanto ricco di scene d’azione – dal punto di vista antropocentrico, potrei dire di aver assistito a scalate, scatti da centometrista, vagabondaggi sornioni e turni di nascondino – il secondo dovrei definirlo un film pieno di inseguimenti, lotte, ma anche momenti teneri. Non avrei mai potuto immaginare tanta ricchezza dietro un’attesa…

Nel nuovo pomeriggio ben presto avvistiamo un orso nel circo glaciale di nord est, tutto intento a nutrirsi di ramno. Ci intrattiene a lungo, lui da solo, quando improvvisamente, nei suoi pressi, il mio compagno di osservazioni con tono eccitato e deciso annuncia “Una femmina con cucciolo!” e ripete per le volontarie inglesi “A female with cub!”. Tutti saltiamo in piedi e, alternandoci al cannocchiale, ci gustiamo la vera ragione per la quale ci troviamo lì a fare il monitoraggio in simultanea! La mamma e il piccolo sono vicini, intenti a cercare i frutti migliori, ma, pochi minuti dopo averli avvistati, lei fa uno scatto verso l’orso adulto e prende ad inseguirlo in direzione del bosco, col piccolo al seguito che corre altrettanto velocemente per non distaccarsi dalla madre! Una vera e propria azione di difesa, che ha dimostrato il ben noto carattere iperprotettivo della femmina. Nonostante ora dalla scena manchino tre orsi, il circo glaciale non è vuoto, perché proprio vicino dove si è svolto l’incontro-scontro ne avvistiamo un altro che indisturbato continua a mangiare. Qualche minuto dopo, nemmeno il tempo di annotare le azioni e gli orari sul taccuino, eccola di nuovo, vincitrice dal confronto, che spunta dal margine del bosco con il suo inseparabile cucciolo e torna sui ramni. Poco dopo un altro orso, dalla pelliccia chiara che quasi lo fa sembrare biondo, dal fitto del bosco si dirige sugli arbusti, proprio nei pressi della femmina col cucciolo. Contemporaneamente, un altro di noi ne avvista uno, per una manciata di secondi, che si sposta lungo il circo glaciale di sud ovest. Non è facile tenere le fila di questi intrecci ursini, perché basta distogliere per un attimo lo sguardo e concentrarsi altrove che il “palcoscenico” cambia ancora nella disposizione delle sue dinamiche figure. Tra il gruppo al ramneto spunta un nuovo orso (nuovo? Ma prima dov’era? Stava forse dormendo dentro un cespuglio?) e, incredibile, poco dopo dal bosco ne risale un altro: in un solo colpo d’occhio, nello spazio inquadrato dal cannocchiale, ci sono 6 orsi tutti insieme! Uno spettacolo straordinario! Se penso al numero mi viene in mente che il 10% dell’intera popolazione stimata di orso bruno marsicano in quel momento si trova lì, davanti ai miei occhi! Il tempo di questa riflessione e la scena cambia ancora, perché appena l’ultimo orso arrivato dal bosco si avvicina al ramneto, la femmina col cucciolo inizia a seguirlo con un’andatura rapida e determinata (tutta questa intolleranza… non si tratterà mica del primo orso che inizialmente lei aveva fatto fuggire nel bosco?). L’inseguito incede a buon ritmo e per molti minuti l’azione di mobbing prosegue lungo i pendii del circo glaciale, finché l’orso non si rende più visibile. Allontanata la minaccia, ecco che inizia la scena più bella, che vale la pena di qualsiasi lunga attesa, fermi e infreddoliti davanti al cannocchiale: la madre, non più guardinga, si concede alle gioie del suo cucciolo e insieme iniziano a giocare rotolandosi nell’erba, inseguendosi, mordicchiandosi e ancora rotolandosi lungo il dolce pendio. Di fronte a quelle azioni[1] così belle e inedite, cariche allo stesso tempo di vita selvaggia e di umana comprensione, un emozione fortissima mi provoca un velo fluido sugli occhi, tanto che devo smettere di guardare e cedere il cannocchiale. Quella madre e quel cucciolo così teneri, quasi innocenti, eppure così presi ad esprimere il proprio istinto, sono tanto vividi nella mia memoria che, se chiudo gli occhi, riesco a rivivere quei momenti così veri ed intensi.

Una fine pioggia accompagnata da foschia cela quelle scene idilliache e, dopo quasi mezz’ora, con una luce debole ma ancora utile, riprendiamo l’intreccio: ne sono quattro, compresa la femmina col cucciolo, che ora stanno mangiando. Poi dal bosco ne compare uno, pochi minuti dopo un altro ancora dal manto molto scuro. È evidente che tra quegli individui ce ne sono alcuni che la femmina non può tollerare, perché ora prende ad inseguirne non uno, ma ben due, che apparentemente sembrano giovani. Li spinge in salita per un po’, sempre seguita dal suo piccolo, finché non si dedica a qualcosa di più interessante: un arbusto con delle ottime bacche, presso il quale lei e il piccolo si fermano a mangiare, lasciando i due orsi poco distanti. Questi, con nostra grande sorpresa, iniziano ad interagire tra loro, dapprima come se stessero lottando, ma ben presto i loro gesti si rivelano non violenti, e infatti giocano ad attaccarsi e difendersi reciprocamente. In quei comportamenti io ho visto bellezza, perché in fondo sono appassionata, oltre che fortunata a poter assistere a scene come quella, ma penso che lì, su quella montagna, quegli stessi comportamenti sono gesti essenziali per la vita degli orsi.

Quel cannocchiale ha accompagnato lunghe attese, felici osservazioni e talvolta scene di vuota importanza. Mi ha permesso di fare un’esperienza personale straordinaria, che mi auguro di ripetere, e che, socialmente, ha contribuito ad uno sforzo più grande, dislocato in tutto il territorio del Parco e anche oltre, fatto di professionisti e tanti volontari come quelli di Salviamo l’Orso, grazie ai quali sono stati individuati, fino a settembre 2016, 10 cuccioli nati durante l’anno! Un risultato davvero importante e, speriamo, incoraggiante per la futura vitalità della popolazione del nostro orso.

foto-di-marzio-di-francesco

 

Tratto dalla Newsletter di Salviamo l’Orso ONLUS – Terre dell’Orso n. 8, Frabbraio 2017.

 

 

[1] In cima, lungo la cresta del circo glaciale di nord est, anche un guardiaparco presso la sua postazione stava osservando e riprendendo le stesse scene di gioco che osservavo io, ad una distanza assai maggiore, e questo è il video che le celebra.
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