Pubblicato da: Angela | 23 maggio 2015

La gente che vuole i parchi

L’Italia è un paese ricco di aree naturali protette: 23 Parchi Nazionali, 27 Aree Marine Protette e numerose centinaia di altre aree tra Parchi Regionali, Riserve Regionali, Riserve Statali, ecc. Questa intensa rete di protezione della biodiversità e degli habitat copre in totale oltre il 10% del nostro territorio nazionale, garantendo in qualche modo una continuità geografica nell’importante missione delle aree naturali protette.

mappa

Ci sono voluti diversi decenni e numerose “battaglie di comprensione tra gli stakeholders” per raggiungere questo risultato a livello nazionale. Bisogna poi ricordare che molte aree naturali protette in Italia sono state istituite “dall’alto”, vale a dire che la decisione è stata presa dal governo centrale, o regionale, o da altri livelli dirigenziali. Ad oggi questa “via esclusiva di istituzione” non è più possibile, perché fortunatamente è maturata la consapevolezza collettiva per cui ogni comunità ha il dovere di riunirsi e valutare al meglio i progetti che riguardano il proprio territorio e il destino del proprio paesaggio. A livello internazionale questo aspetto è sancito dalla Convezione di Aarhus (UNECE 1998), che stabilisce che tutte le decisioni in materia ambientale non possono prescindere dal coinvolgimento degli stakeholders.

Eppure oggi quando un nuovo parco deve nascere (per esempio, il Parco Nazionale del Matese, oppure il Parco Nazionale Monte Catria Nerore e Alpe della Luna) perché il territorio ha tutte le carte in regola per diventare area protetta, i suoi residenti si mostrano prevalentemente contrari. In generale, se la comunità locale non vuole il parco per determinate ragioni (principalmente economiche, di solito), il parco non dovrebbe essere realizzato, in quanto la sua ragione d’essere è legata soprattutto al benessere dei suoi cittadini. Un esempio eclatante è quello del Parco Nazionale del Gennargentu, in Sardegna, che, sulla carta, fa salire l’asticella dei parchi nazionali italiani a 24, ma nella realtà le misure di tutela, salvaguardia e valorizzazione della biodiversità, degli habitat, del patrimonio storico-culturale non esistono da parte di alcun ente parco.

Quando però le opposizioni dei residenti non sono fondate, bensì alimentate solo dalla disinformazione, dalla paura delle novità e di possibili vincoli e restrizioni a livello locale, allora non bisogna gettare la spugna nell’opera di comunicazione portata avanti dai soggetti “più illuminati” nei confronti di coloro che, nonostante le raccomandazioni generali di condurre le proprie vite verso la sostenibilità ambientale, continuano a restare scettici.

Ecco un esempio di gente che vuole un parco nazionale nelle Marche, sui Monti Catria Nerone e Alpe della Luna (http://www.lalupusinfabula.it/?page_id=1126), che organizza bellissimi eventi proprio con l’intento di stimolare principalmente le comunità locali, tutt’oggi restie, a capire che la presenza di un parco nazionale non è un limite, bensì una grande opportunità (vedi foto).

Vogliamo il Parco

E i primi a poter godere di queste opportunità sono proprio i residenti: nuova imprenditorialità legata all’agricoltura e zootecnia di qualità, nonché la vendita di prodotti tipici locali che avrebbero come valore aggiunto (economico e sociale) la provenienza da un territorio ecologicamente di qualità; attivazione di una intensa serie di servizi legati alla fruizione turistica e alle attività educative; accesso facilitato a proporre progetti di ricerca (di base e applicata) per ottenere finanziamenti nazionali o internazionali da concentrare sul territorio del parco; necessità di formare nuove professionalità, come ad esempio quelle delle guide escursionistiche oppure dei guardiaparco, per poi farle lavorare nell’area protetta; e molte altre ancora.

Qualcuno potrebbe chiedersi: dov’è il trucco? Qual è la contropartita di questo modello-parco? Non c’è contropartita se la tutela della biodiversità si considera necessaria ed ausiliaria allo sviluppo sostenibile delle comunità locali. Per molte persone la “bestia nera” dei parchi sono i vincoli, ma forse pochi sanno che nelle fasi preliminari di istituzione di un parco nazionale la popolazione può (anzi, deve) prendere parte alle riunioni in cui si progetta la cosiddetta zonizzazione del parco, vale a dire la suddivisione del territorio della futura area protetta in zone a diverso grado di tutela: da quella a protezione integrale – nella quale non è consentito l’uso e il prelievo delle risorse naturali – a quelle urbane, dove le restrizioni sono praticamente assenti e vigono le leggi preesistenti. Ciò accade principalmente per i parchi nazionali e partecipare a queste fasi progettuali significa scegliere il proprio stile di vita, difendere le proprie risorse ed impegnarsi a non depauperarle per garantirne la continuità alle generazioni future. La zonizzazione del parco, infatti, prende in considerazione tutti gli utilizzi del territorio, valorizza quelli sostenibili (ad esempio, la raccolta di funghi, tartufi e frutti, il taglio della legna, ecc.) in determinate aree, mentre le scoraggia nelle zone ecologicamente più fragili, senza negare, ovviamente, le proprietà private e i diritti dei cittadini già consolidati.

L’Italia dei parchi è bella e ricca (in tutti i sensi) e le sue risorse sono davvero uniche (vedere per credere: www.parks.it). Ognuno di noi, che sia un residente o un visitatore, può contribuire all’importante missione dei parchi, perché è una missione che riguarda i benefici di una vita di qualità per tutti. In fondo, i parchi esistono per gli uomini.

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