Pubblicato da: Angela | 3 settembre 2010

Torna di nuovo il rischio del “Golfo in nero”

E’ trascorso solo un mese da quando si è riusciti ad arrestare la perdita di greggio dal pozzo della piattaforma Deepwater Horizon, bloccando così le maree nere che per oltre quattro mesi hanno inondato il Golfo del Messico, raggiungendo le coste americane. Non è ancora ben chiaro a quanto ammontino i danni del disastro ambientale più ingente mai accaduto in America, e, soprattutto, fin quando si protrarranno le conseguenze negative sugli habitat e sull’economia delle popolazioni colpite. Ed ora già incombe la minaccia di una tragedia simile!
Ieri mattina alle nove (ora americana), la piattaforma Vermillion Oil 380 è esplosa a largo della Louisiana, a 130 chilometri a sud dalla Vermillion Bay. I tredici lavoratori sono caduti in mare ma ben presto sono stati tratti in salvo e solo uno di loro sembra si sia ferito. Non si conoscono bene le cause dell’incidente, probabilmente un’incendio alimentato dal gas della base di estrazione, ma la Mariner Energy, la compagnia petrolifera proprietaria della piattaforma esplosa, ha immediatamente dichiarato che il pozzo non era attivo al momento dell’esplosione e che quest’ultima non ha provocato fuoriuscite di greggio.

Ancora una volta, in situazioni scomode, si tende a nascondere la verità. Infatti, la Guardia Costiera ha presto annunciato che in prossimità della piattaforma esplosa si era formata una scia scura lunga quasi 2 chilometri e larga 30 metri. Inoltre, i lavoratori tratti in salvo hanno dichiarato che al momento dell’incidente la piattaforma era attiva e che, nonostante stessero estraendo petrolio, sino riusciti a chiudere in fretta i pozzi, evitando così ingenti dispersioni di greggio.
Durante i momenti successivi alla diffusione della notizia, si è creato il panico soprattutto negli Stati già duramente colpiti 4 mesi fa, perché si è temuto l’arrivo di una nuova catastrofe! Inoltre, tutto questo è accaduto a pochi giorni dall’ultima visita di Barak Obama in occasione del quinto anniversario di un altro tremendo avvenimento che ha sconvolto e devastato le coste della Lousiana: l’uragano Katrina! La presenza del Presidente USA nella città simbolo dell’uragano voleva soprattutto infondere speranza, per la lenta rinascita dell’economia dei territori colpiti, delle popolazioni e delle città, e rassicurazione.
Sicuramente dopo l’evento di ieri questa rassicurazione, qualora Obama sia riuscito appena a trasmetterla, è caduta completamente. Nonostante la moratoria che ha stabilito lo stop alle trivellazioni off-shore, gli incidenti sulle piattaforme petrolifere continuano a ripertesi, e con una frequenza allarmante!
Il caso della Vermillion Oil 380 fortunatamente è stato gestito con rapidità ed efficienza, tanto che ad oggi le autorità dichiarano che non ci sono sversamenti intorno al luogo dell’esplosione. Anche l’incendio è stato domato completamente e così la gente delle coste americane del Golfo del Messico può tirare un sospiro di sollievo.

La sete di petrolio sta spiengendo le compagnie dell’oro nero a trivellare sempre più in profondità negli oceani, accrescendo i rischi per la sicurezza e manutenzione degli impianti, così complessi da gestire. Ultima frontiera, molto preoccupante, di questa corsa alle trivelle, è l’Artico. Pare che al di sotto della cortina di ghiaccio ci siano dei giacimenti molto estesi e USA e Russia sono già in prima linea nel progettare le attività estrattive in quegli ambienti così difficili e proibitivi. Se mai dovessero verificarsi incidenti al Polo dovuti alle estrazioni di petrolio, le conseguenze sarebbero ben più devastanti di quelle verificatesi nel Golfo del Messico.

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