Pubblicato da: Angela | 30 aprile 2010

Ancora scie nere rigano gli oceani

In questi giorni si parla molto della più grande catastrofe ambientale che abbia mai colpito gli Stati Uniti d’America. Si tratta dell’esplosione della piattaforma petrolifera Deepwater Horizon nel Golfo del Messico, a circa 70 km dalle coste della Lousiana. Il disastro è avvenuto lo scorso 20 Aprile, provocando 11 vittime e lo sversamento di una grandissima quantità di greggio dai condotti sottomarini dell’impianto.

La gravità dell’evento è stata taciuta per diversi giorni dalla società proprietaria della piattaforma, la British Petroleum, in quanto convinta e speranzosa che l’esplosione non avesse creato danni all’impianto sottomarino. E invece ben presto ha dovuto ammettere le sue responsabilità, sia di fronte alla perdita di vite umane, sia verso l’ingente danno ambientale che è stato causato.
I robot sottomarini hanno scoperto prima una falla lungo le condutture dell’impianto, poi due e qualche giorno dopo ancora tre. Impossibile utilizzare questi strumenti per bloccare la fuoriuscita del greggio, anche perché questa avviene a oltre 1500 metri di profondità. La quantità di olii sversata è pari a 5000 barili di petrolio al giorno – mentre la BP ne aveva dichiarati 1000 (ancora un’altra verità nascosta). Una quantità enorme, tanto che il disastro ora primeggia tra i record negativi in campo ambientale degli Stati Uniti. Prima, invece, spettava alla petroliera Exxon Valdez, che nel marzo 1989 urtò una scogliera mentre attraversava lo stretto di Prince William in Alaska. La nave sversò dalla sua falla 38 milioni di litri di petrolio, inquinando 1.900 km di coste. I danni alla fauna marina furono enormi: migliaia di animali perirono a causa della fuoriuscita, tra cui 250.000 uccelli marini, 2.800 lontre, 300 foche, 250 aquile di mare testabianca, circa 22 orche e miliardi di uova di salmone e aringa.
Lo sversamento dalla Deepwater Horizon risulta peggiore rispetto a quello della Exxon Valdez non solo nelle quantità, ma anche nella sua gestione, poiché si tratta di numerose lingue di petrolio miste ad acqua salmastra, che non possono essere contenute facilmente dalle barriere di superficie, come invece è possibile fare con una macchia nera e compatta. Tra le prime misure di bonifica, si è cercato di incendiare sulla superficie dell’acqua le chiazze oleose più isolate, ma senza grossi risultati, anzi, piuttosto provocando un ulteriore inquinamento, questa volta atmosferico.

Quali sono le soluzioni per tentare di arginare questo disastro? La più fattibile è quella di intervenire direttamente sulle falle, ma sono operazioni molto complesse e che richiedono settimane, addirittura mesi, a causa della profondità alla quale si trovano. Se questo non sarà possibile, si dovrà intervenire ponendo una sorta di cupola sottomarina al di sopra delle condutture danneggiate, per intrappolare il greggio che continua a fuoriuscire. Ma anche questa soluzione non è immediatamente attuabile.
E intanto oggi le ondate nere hanno raggiunto le coste della Lousiana, proprio mentre la gente non ha nessuna voglia di pensare alle catastrofi (qui ne hanno subite già troppe, a partire dall’uragano Katrina nel 2005), ma piuttosto a godersi il Festival del Jazz che si sta celebrando nella città in questi giorni. Nell’aria si percepisce bene quell’acre odore di gasolio, e questo è solo l’inizio.

I danni stimati sono enormi, forse incalcolabili, perché incidono sulla pesca, sull’economia del turismo, ma soprattutto sulla biodiversità marina e palustre. Ancora una volta ci saranno migliaia di esseri viventi sulla coscienza degli uomini. In teoria, solo di certi uomini, quelli effettivamente responsabili, ma in fondo siamo tutti responsabili di questa immane tragedia. Se, infatti, si pensa che il petrolio estratto dalla British Petroleum finisce nei serbatori e nelle industrie di trasformazione di numerose nazioni, ecco che anche il singolo cittadino che fa il suo caro pieno di benzina può essere indirettamente co-responsabile dei danni che si stanno causando a questa Terra!
Obama ha annunciato l’apertura di un’inchiesta contro la BP, la messa a disposizione di 6.000 soldati dell’esercito per far fronte alle faticose e lunghe opere di bonifica, e lo stop alle nuove trivellazioni off-shore almeno finché la situazione della Deepwater Horizon non si sarà assestata. Ha detto: “Occorre che le trivellazioni siano fatte molto più responsabilmente”. Certo, facile conclusione dopo una tragedia del genere. Non era forse meglio che il Presidente americano lasciava inalterato quel veto sulle nuove perforazioni petrolifere che durava da ben vent’anni e imponeva regole di manutenzione più restrittive di quelle già esistenti? Di certo, i motivi che hanno spinto un leader mondiale moderato e favorevole alle politiche ambientali verso un “ritorno al petrolio” non sono molto chiari, ma sicuramente profumano di dollari.
Quelle che non profumano più sono ora le lunghe coste degli Stati del sud, dal Texas alla Louisiana, dal Mississippi all’Alabama. Solo odore acre, presagio di povertà e di morte.

Ancora non è chiaro quando si riuscirà a ripulire le acque del Golfo del Messico, ma è certo che la British Petroleum pagherà tutte le operazioni di bonifica (che costano 6 milioni di dollari al giorno!), oltre che ovviamente le spese legali e di risarcimento, le multe per aver occultato con false comunicazioni la reale portata della catastrofe e i costi di messa in sicurezza delle piattaforme del gruppo.
Nel frattempo l’onda nera si allarga, copre gli odori del mare, ne soffoca la vita…

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