Pubblicato da: Angela | 28 febbraio 2010

Un fiume di veleno: dal Lambro al Po fino all’Adriatico

Una tragedia non solo ambientale, ma anche culturale, difficile da sanare, quella dello sversamento nel fiume Lambro di una grande quantità di idrocarburi provenienti dalla raffineria Lombarda Petroli di Villasanta (MB). E’ accaduto nella notte tra il 22 e 23 febbraio scorso, alle 3.30 circa, ma chissà perché l’allarme dell’imminente disastro è stato dato solo un paio di ore più tardi. Probabilmente i capi della raffineria speravano che tutte le tremila tonnellate circa evacuate da sette serbatoi potessero essere intercettati e arrestati dal depuratore di Monza, ma questo ha bloccato solo 1250 tonnelate. Le restanti 1850 si sono riversate liberamente nel fiume Lambro. Dalle indagini finora effettuate è chiara la matrice dolosa, e oltretutto le mani che hanno azionato le pompe idrauliche dei serbatori dovevano essere anche esperte.

La proprietà della Lombarda Petroli compre una superficie di circa 300 mila metri quadrati e una parte di questo è coinvolto in un grande progetto di ristrutturazione edilizia per costruire aree residenziali, piste ciclabili ed altre infrastrutture. Addirittura anche una porzione del Parco Villa Lambro, presso Arcore e non distante da Villasanta, rientrerebbe in questa speculazione gestita dalla stessa azienda immobiliare della famiglia Berlusconi, per un business di 250 milioni di euro!

E’ ancora troppo presto per tirare conclusioni sulla correlazione tra i due fatti, ma quello che è evidente oggi è l’atto criminoso contro l’ambiente e contro le comunità che ha coinvolto.
Dal luogo dello sversamento e lungo il corso del Lambro non si è riusciti a tenere molto sotto controllo l’enorme ondata nera (circa tre milioni e mezzo di litri), tanto che l’ARPA Lombardia ha esposto una denuncia contro ignoti alla Procura di Monza per gravi inadempienze. Non sono serviti i cordoni di gomma e quelli assorbenti per arrestare la corsa degli idrocarburi, così inevitabilmente le chiazze nere si sono riversate dal Lambro al Po.

E’ come se tappeti a dense macchie nere e altri a strati iridescenti avessero coperto la superficie del fiume, diventando un vero e proprio strato isolante così da impedire principalemente gli scambi di ossigeno. E’ così che è stata compromessa la fauna e la flora acquatica. Per non parlare, poi, dei numerosi uccelli, come cormorani e folaghe, che vivono grazie al fiume e che invece hanno trovato la morte, soffocati da densi strati di petrolio.

Lungo il Grande Fiume gli interventi di bonifica si sono moltiplicati (ma sempre resi complessi per via dell’ingrossamento del Po, dovuto alle frequenti e abbondanti precipitazioni delle scorse settimane) con l’utilizzo delle panne, barriere di materiale assorbente per raccogliere gli idrocarburi che scorrono in superficie, e degli oil skimmers, particolari strumenti che separano la frazione oleosa dall’acqua. Questi ultimi sono stati utilizzati in particolare per bonificare quei tratti del fiume dove dagli argini si innestano i canali di irrigazione, in modo da ridurre gli impatti della chiazza oleosa sulle colture.

Senza dubbio, però, l’intervento di contenimento meglio riuscito è avvenuto a Isola Serafini, lungo il Po piacentino, dove è presente una diga ENEL. Qui, infatti, è stato possibile trattenere circa l’80% del liquido sversato, che è rimasto bloccato lungo il bordo della diga, mentre le paratie profonde hanno consentito all’acqua di continuare a scorrere. A questo punto sono stati messi in azione gli oil skimmers per recuperare gli idrocarburi arrestati.

E mentre si è tentato di tutto per contenere il fluire della “marea nera”, dai vari controlli dell’acqua del Po è emerso che nella zona intorno a Rovigo sono state rilevate delle sostanze diverse dagli idrocarburi provenienti dal Lambro. Si trattava, infatti, di cloruro di etilene, una sostanza utilizzata come disinfettante. Evidentemente qualcuno, credendosi furbo, ha voluto approfittare della situzione di emergenza da inquinamento per mischiare nelle acque del Po liquidi di scarto industriali, pensando di non essere rintracciato. Invece, non è affatto impossibile riuscire a risalire all’azienda e incriminarla di questo gravissimo reato. Oltretutto, appena lo scorso 2 febbraio il Parlamento ha varato le modifiche di una legge che, a detta del presidente dei Verdi Angelo Bonelli, “depenalizza il reato di scarico industriale nelle acque. In pratica chi scaricherà inquinanti oltre i limiti consentiti dalla legge se la caverà semplicemente con una multa che va da 3.000 a 30.000 euro”. Il Ministro dell’Ambiente Stefania Prestigiacomo ha risposto a questo “indegno tentativo di speculazione su una tragedia ambientale”, spiegando che “Ciò che il governo ha fatto è un chiarimento su una norma la cui interpretazione era stata oggetto di controversie. Le pene per gli inquinatori nell’articolo in questione erano e restano l’arresto fino a due anni e l’ammenda da 3.000 a 30.000 euro».
Dopo il successo dell’intervento a Isola Serafini, la situazione è apparsa maggiormente sotto controllo, tanto che il capo della Protezione Civile ha dato notizie positive sull’andamento delle opere di bonifica, rendendo anche noto che le analisi delle acque del Po effettuate a 1 e 2 metri di profondità hanno evidenziato una percentuale di idrocarburi accettabile.
Ma cosa succederà quando ciò che resta della marea nera raggiungerà l’Adriatico? Innanzitutto sarà difficile gestirla già prima del Delta, perché lì le sponde del fiume sono distanti circa 6-700 metri e non sarà possibile intervenire con le panne. Così le sottili iridescenze e le chiazze nere e dense, accompagnate da un tanfo nauseabondo, raggiungeranno anche quegli ecosistemi così fragili che si trovano là dove l’acqua dolce incontra quella salata.

Una prima previsione scoraggiante proviene dal CNR, il quale ha spiegato che nonostante sia possibile arginare gli effetti immediati degli idrocarburi sulla flora e fauna fluviale e marina, questo sarà molto più difficile a lungo termine. Infatti, poiché il depuratore di Monza ha ridotto enormemente la propria efficienza (di circa il 60-70%) per via delle grandi quantità di idrocarburi che ha intercettato (circa il 41% del totale) subito dopo il rilascio dalle cisterne, non è stato più in grado (e probabilmente non lo è tutt’oggi, a una settimana dalla tragedia) di gestire i rifiuti urbani di centinaia di migliaia di abitanti del Po. Questo significa che il Grande Fiume si caricherà di un’enorme quantità di nutrienti, derivati dalla naturale decomposizione della sostanza organica, che raggiungerà la foce intorno all’inizio della primavera, quando cioè si avranno le prime fioriture algali, di diatomee in particolare, le quali daranno inizio ad un nuovo ciclo stagionale. Dunque, alle naturali fioriture di diatomee si aggiuneranno quelle “forzate” derivate dai nutrienti in eccesso, e un’abnorme presenza di alghe alla foce determinerà un’alterazione degli equilibri di quegli ecosistemi marini.
Gravi danni subiranno anche le lagune venete ed emiliano-romagnole, presso le quali si conta oltre il 90% della produzione di molluschi italiani. Le lagune, infatti, non hanno alcun mezzo, né naturale nè artificiale, per evitare che le sostanze oleose dal mare raggiungano le insenature, per cui il rischio è maggiore per questi ambienti. Invece, i canali di irrigazione che prelevano acqua dal Po possono chiudere le paratie per tentare di ridurre al meglio un rientro verso i campi delle acque inquinate. Nonostante questo, si prevede che saranno a rischio decine di prodotti agroalimentari IGP e DOP, soprattutto nelle provincie di Rovigo e Ferrara.
Anche il turismo subirà la sua “onda nera”: basti solo pensare che le località marittime vicine il Delta del Po richiamano oltre 2,5 milioni solo di turisti stranieri all’anno!
Bisogna ricordare, inoltre, che la foce del Grande Fiume è territorio di due parchi regionali: il Delta del Po Veneto e il Delta del Po dell’Emilia Romagna. Che queste istituzioni, volte principalmente alla tutela e conservazione degli ecosistemi, siano il punto fermo e la speranza da dove ripartire e tentare di porre rimedio a questa enorme tragedia.
La scorsa domenica la rabbia della gente e delle associazioni ambientaliste si è manifestata con striscioni lungo il corso del Lambro, da dove ha avuto inizio il disastro.

Anche se i colpevoli saranno duramente puniti, i fiumi, le loro sponde e il mare non saranno più gli stessi di prima.

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