Pubblicato da: Angela | 27 novembre 2008

Monnezza e Salute: molta Miseria e poca Nobiltà (Parte I)

POSIZIONI A CONFRONTO

Gli effetti dell’esposizione ai rifiuti sulla salute umana sono da anni oggetto di ricerca in tutto il mondo. Anche se fino ad oggi i dati disponibili non sono in grado di dimostrare con certezza un nesso causale fra rifiuti e malattie, i risultati delle ricerche evidenziano una maggiore esposizione ad alcune patologie da parte di chi abita nelle zone ad alto degrado ambientale. Da qui l’esigenza condivisa della comunità scientifica internazionale di approfondire le conoscenze in materia di rifiuti e salute attraverso nuovi progetti di ricerca.
La Campania è la regione simbolo dell’emergenza rifiuti ed è qui che aziende sanitarie, enti di ricerca, istituzioni e associazioni ambientaliste concentrano i loro sforzi per fare chiarezza sul rapporto tra rifiuti e salute: se da un lato la presenza di discariche e inceneritori nei pressi dei centri abitati suscita timori tra le popolazioni residenti, dall’altro la molteplicità dei fattori coinvolti e la necessità di approfondire ulteriormente lo stato delle conoscenze invita alla cautela. Riguardo agli effetti dell’esposizione umana ai rifiuti, i ricercatori hanno spesso opinioni contrastanti e la popolazione campana, influenzata da improvvisati esperti e da campagne mediatiche allarmiste, vive una situazione di estremo disagio e di incertezza.
Ma chi ha ragione? A prescindere dal diritto di ciascuno a vivere in un ambiente integro, i cittadini della Campania devono preoccuparsi per la loro salute? E se sì, da cosa devono proteggersi?

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DISCARICHE E INCENERITORI FANNO PAURA

Emissioni e contaminazione

Alla fine dell’Ottocento, con l’avvento dell’Era Industriale, la produzione dei rifiuti cambia radicalmente sia in termini di quantità, sia in termini di qualità dei prodotti di scarto. E’ solo allora che l’uomo inizia a preoccuparsi dello smaltimento e del trattamento dei rifiuti ed è proprio in questo periodo che a Manchester nel 1876 viene costruito il primo inceneritore.
Da allora la situazione dei rifiuti a livello globale è cambiata molto e una nuova coscienza ecologica ha permesso di capire che la soluzione non sta nel distruggere ciò che non serve più, ma rimetterlo in circolo in modo utile e meno impattante possibile. Oggi, infatti, le politiche di gestione dei rifiuti tendono a privilegiare le azioni considerate “pulite” – come la riduzione della produzione dei rifiuti, la raccolta differenziata, il recupero di materiali ed energia dai materiali di scarto – piuttosto che interventi di forte impatto ecologico come l’incenerimento. Le attuali tecnologie hanno consentito di migliorare notevolmente l’efficienza e la sicurezza dei termovalorizzatori, ma i rischi legati alle emissioni di questi impianti rimangono molto elevati.
I prodotti di scarto degli inceneritori sono ceneri e polveri molto sottili che possono ricadere a breve distanza dal luogo di emissione oppure essere sollevate e trasportate dai venti per poi depositarsi in aree più lontane. Gli scarti degli inceneritori sono dannosi per la salute; quando un individuo entra in contatto con essi, ad esempio attraverso il suolo, per inalazione, oppure consumando cibi e acqua contaminati, esiste quindi un rischio reale per la salute umana.
Tra i prodotti inquinanti tristemente note sono le diossine, composti organici presenti in alcuni erbicidi e dotati di elevata tossicità. Si rinvengono in modo particolare nei rifiuti di origine industriale e in quelli generati da attività agricole e zootecniche ed entrano nella filiera alimentare attraverso l’utilizzo di fertilizzanti che contaminano il suolo e, di conseguenza, i foraggi e i mangimi. In questo modo compromettono gli allevamenti, le coltivazioni vegetali, la caccia, la pesca e tutti i prodotti selvatici.
La vicinanza agli inceneritori potrebbe provocare nelle popolazioni residenti soprattutto problemi respiratori, in quanto i fumi residui contribuiscono ad accrescere il livello dell’inquinamento dell’aria. I timori e le preoccupazioni delle popolazioni residenti nei pressi degli impianti sono perciò motivati e si trasformano in legittime manifestazioni di protesta contro la costruzione degli inceneritori. Famoso è il cosiddetto “NIMBY effect” (NIMBY è l’acronimo di “Not In My BackYard”, che letteralmente significa “non nel mio cortile”), vale a dire una reazione a catena di opposizione all’installazione di impianti potenzialmente pericolosi vicino alle abitazioni.

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Anche la presenza delle discariche ha delle conseguenze sull’ecosistema ed effetti più o meno gravi sono registrabili su tutti i comparti ambientali:
• Aria, con le emissioni di CH4, CO2, cattivo odore e la dispersione di sostanze organiche volatili;
• Acqua, con la percolazione di sali, metalli pesanti, sostanze organiche biodegradabili e sostanze persistenti in acquee sotterranee;
• Suolo, con l’accumulo di sostanze potenzialmente pericolose;
• Paesaggio, con l’occupazione del suolo e la restrizione di altri usi;
• Ecosistemi, con la contaminazione e l’accumulo di sostanze tossiche nelle catene alimentari;
• Aree urbane, con la potenziale esposizione della popolazione a sostanze pericolose.

Gli effetti sulla salute

Nello studio “Trattamento dei rifiuti e salute in Campania”, pubblicato nel 2007 da M. Martuzzi e F. Mitis, membri dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, Centro Europeo per l’ambiente e la salute, si fa riferimento alla situazione della Campania. L’emergenza rifiuti di questa regione dura da oltre un decennio e ha spesso portato a ripetuti episodi di tensione sociale. “Qui, come è ormai noto, i rifiuti sono scarsamente gestiti e gli impianti di smaltimento sono insufficienti”, riferisce il dott. Mitis, “Lo scenario è quello delle discariche esauste, delle esigue attività di riciclaggio e della bassa qualità di combustibile derivante dai rifiuti, prodotto in sette impianti nella Regione”. “Anche se non è nota l’entità dell’impatto dei rifiuti sulla salute”, aggiunge il dott. Martuzzi, “vengono spesso avanzate da parte della gente richieste di indennizzo relative ad eccessi di mortalità e stati patologici attribuiti all’esposizione ai rifiuti”.
Per fare maggiore chiarezza su questo aspetto, nel 2004 l’OMS, in collaborazione con ISS, CNR e autorità regionali, ha avviato uno studio per esaminare le implicazioni sulla salute delle diffuse e incontrollate discariche e dell’incenerimento di rifiuti, con maggiore rilevanza per quelli tossici. In modo particolare, sono state analizzate la mortalità e lo stato patologico della popolazione nelle provincie di Napoli e Caserta, le più critiche in termini di gestione dei rifiuti, in cui si registrano con maggiore frequenza attività illegali legate allo smaltimento. I dati raccolti presso le strutture ospedaliere ed esaminati con metodi di analisi spaziale hanno evidenziato un’alta mortalità per cancro (soprattutto quello allo stomaco, al rene, al fegato e al polmone) e un’elevata incidenza di malformazioni congenite (specialmente urogenitali e cardiovascolari) nel periodo che va dal 1994 al 2002. Questo conferma senza dubbio che le preoccupazioni dell’impatto dei fattori ambientali sulla salute sono fondate.

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Al di là della questione campana, in una raccolta di studi relativi agli effetti sulla salute delle persone che abitano vicino a siti di smaltimento dei rifiuti (Vrijheid, 2000), è stata suggerita una relazione tra prossimità delle discariche ed effetti negativi sulla gravidanza. In particolare è stato evidenziato un aumento del numero dei neonati con basso peso corporeo, già noto segnale di esposizione a sostanze chimiche inquinanti.
Al fine di stabilire una più precisa correlazione tra rifiuti e salute, è importante non trascurare i fattori psicologici. Le popolazioni residenti in prossimità dei siti di smaltimento, infatti, sono comunque convinte che la presenza dei rifiuti abbia effetti nocivi per la loro salute. La vicinanza ai rifiuti rappresenta inoltre un fattore di stress per la popolazione esposta, che talvolta accusa disturbi non gravi di per sé (quali mal di testa, insonnia, sintomi respiratori, condizioni psicologiche alterate e problemi gastrointestinali), ma contribuisce ad un deterioramento della qualità della vita.
In questo contesto, già di per sé critico, la sfiducia nelle istituzioni e nella comunità scientifica non fa che aggravare la situazione di una popolazione che, continuamente confusa e strumentalizzata da negazionisti e allarmisti, vorrebbe invece certezze e soluzioni.

Una necessità: il Principio di Precauzione

In una situazione di generale incertezza come questa, un’adeguata gestione del rischio dovrebbe appellarsi al Principio di Precauzione. La sua definizione presentata in occasione della Conferenza di Rio De Janeiro nel 1992, recita: “ Quando vi siano minacce di danni seri o irreversibili, l’assenza di certezza scientifica assoluta non deve essere usata come pretesto per differire l’adozione di misure adeguate ed efficaci, anche economicamente, al fine di prevenire il degrado dell’ambiente.”
Il principio di precauzione, anche se di per sé non risolve l’incertezza scientifica, può e deve essere lo strumento di partenza di ogni decisione di politica ambientale connessa ai rifiuti e comunque, se applicato nel modo corretto, può essere utile per la promozione della ricerca e dello sviluppo di nuove tecnologie per lo smaltimento. Ogni impianto e ogni sito dovrebbe essere valutato in termini di potenziale pericolosità per la salute umana o per l’ambiente. La sfida è impegnativa, ma permetterebbe di ampliare lo stato generale delle conoscenze in materia di rifiuti.

Verso una migliore comprensione: il Progetto Sebiorec

Una delle tecniche più utilizzate e più efficaci per la comprensione del rapporto tra salute umana e rifiuti è il biomonitoraggio, una tecnica che valuta l’esposizione degli organismi agli inquinanti attraverso la misurazione delle quantità di agenti chimici all’interno dei tessuti. Il biomonitoraggio è una metodologia molto complessa che richiede, sia negli studi di osservazione, sia in quelli puramente tossicologici, la valutazione dell’influenza di fattori come il metabolismo, il tempo di esposizione e tutte le matrici ambientali.
Tra i progetti italiani, particolarmente importante è Sebiorec (Studio Epidemiologico Biomonitoraggio Regione Campania), uno studio epidemiologico sui livelli di accumulo di contaminanti persistenti nel sangue e nel latte materno in gruppi di popolazione a diverso rischio di esposizione della regione Campania. Questo progetto è attualmente in corso e i dati che fornirà saranno importanti per la determinazione dei rischi sanitari connessi ai rifiuti.
In seguito a problemi di inquinamento ambientale, derivanti spesso da un’impropria gestione dello smaltimento dei rifiuti, la Regione Campania ha voluto avviare un’indagine per monitorare il livello di esposizione delle popolazioni locali agli inquinanti ambientali. Più nel dettaglio, lo studio Sebiorec si propone di verificare se l’inquinamento di aria, acqua, terreno e alimenti locali abbia determinato un aumento del livello di accumulo di metalli e contaminanti organici persistenti negli abitanti delle aree inquinate. L’esposizione sarà accertata tramite la misurazione della concentrazione nel sangue e nel latte materno di alcune sostante inquinanti come le diossine e i metalli pesanti, e tramite l’esame congiunto delle informazioni ricavate da un questionario sulle abitudini e lo stile di vita, essenziale per l’interpretazione dei risultati.

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La Campania è una regione da decenni particolarmente critica per quanto riguarda la gestione e lo smaltimento dei rifiuti e i fenomeni di abusivismo delle discariche. Il progetto Sebiorec, che si svolge in 16 comuni distribuiti tra le province di Napoli e Caserta e coinvolge aree a diversa pressione ambientale da rifiuti, ha come obiettivo principale quello di analizzare il livello di esposizione della popolazione a contaminanti persistenti, nonché di indagare le relazioni tra fattori di rischio ambientali e salute. Un altro fine altrettanto ambizioso è quello di costruire un sistema di sorveglianza permanente per dare una corretta misura dei rischi ed evitare la sottostima dei problemi realmente esistenti e degli allarmi ingiustificati. Questo permetterebbe infatti di valutare e programmare gli interventi di bonifica da effettuare.
Il campione della popolazione è costituito da volontari selezionati tra i residenti e scelti mediante sorteggio casuale per età e sesso, in modo da rappresentare la struttura demografica della popolazione. Per ogni comune il campione è costituito da 30 uomini e 30 donne di età compresa tra i 20 e i 64 anni che devono risiedere nell’area da più di dieci anni.
Al fine di garantire una corretta interpretazione dei dati, le analisi dei campioni di latte e di sangue saranno affiancate da questionari sulle abitudini e lo stile di vita, poiché il confronto tra questi due tipi di dati è determinante per l’interpretazione dei risultati.
In generale, gli inquinanti prodotti dai processi industriali o presenti in natura hanno diverse modalità di diffusione nell’ambiente e possono entrare nel terreno, essere trasportati dal vento e dall’acqua in zone più o meno lontane dall’emissione, contaminare vegetali e animali ed entrare così nella catena alimentare, arrivando a volte fino all’uomo.
In modo particolare, lo studio SEBIOREC si propone di analizzare nei campioni di sangue e di latte le seguenti sostanze:
• diossine (PCDD e PCDF)
• policlorobifenili (PCB)
• polibromodifenil eteri (PBDE)
• metalli pesanti come cadmio (Cd), mercurio (Hg) e piombo (Pb)
• eventuali altre sostanze chimiche considerate dalla Convenzione di Stoccolma sugli inquinanti organici persistenti (POPs)
Questi inquinanti hanno diversi tempi di ingresso, permanenza ed eliminazione dal corpo umano e hanno specifiche caratteristiche di accumulo nei tessuti e negli organi. In condizioni di bassa esposizione, tali sostanze sono presenti nei liquidi biologici in concentrazioni ridotte, ma la loro quantità può variare a seconda del tipo di assorbimento attraverso inalazione, contatto e ingestione.
Il progetto è reso ancora più efficace da un esteso programma di comunicazione, con l’obiettivo di creare consensi e coinvolge tutti i soggetti interessati: i team delle ASL, i cittadini, i focus group, le associazioni, i media; tutto questo attraverso seminari, conferenze stampa, comunicati e con la distribuzione di materiale informativo.

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A. P.
A. T.

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