Pubblicato da: Angela | 27 settembre 2008

ALVEARE – FIORE: ANDATA E RITORNO

Lo sapete che le larve di api nutrite sempre e solo con pappa reale sono destinate a diventare api regine? E che l’ape regina può vivere fino a cinque anni, mentre l’ape operaia, in una stagione riproduttiva, vive solo fino a 50 giorni? Sembra incredibile, ma in una famiglia di api durante la stagione riproduttiva ci sono dai 50 ai 60 mila individui! E che dire poi del fatto che in un giorno le api di un alveare possono visitare fino a 225.000 fiori!

mellifera

Sono insetti sociali straordinari, con una struttura organizzativa così complessa che guai se una di loro non svolge il proprio compito! Chissà se è meglio essere un’ape regina, il cui unico scopo è produrre uova e per questo essere nutrita in continuazione, oppure essere un ape operaia, i cui compiti cambiano ogni giorno della sua breve ma intensa vita, sempre al servizio della sua immensa famiglia chiamata alveare. Altruiste infallibili, sono in grado di comunicare alle altre api con una tale complessità di movimenti, in base alla posizione del sole, dove si trova esattamente una nuova fonte di cibo. E tutto questo ai nostri occhi ci appare come una spettacolare danza, la danza delle api. Volatrici instancabili, a una velocità media di 24 km/h, per produrre un chilo di miele fanno 60 mila voli andata e ritorno dall’alveare al fiore! Si pensi che una sola ape, per produrre la stessa quantità di miele vola per circa 150 mila chilometri, vale a dire quasi quattro volte il giro della Terra!
Già l’uomo primitivo conosceva questi preziosi insetti, ai quali andava a sottrarre le loro dolci scorte negli alveari.

Questa è una pittura rupestre risalente a 10.000 anni fa, in cui si vede bene un uomo che si arrampica per prendere un alveare e tiene lontane le sue api con del fuoco, stordendole.
Da allora le tecniche si sono evolute, ma non troppo, perché le popolazioni indigene delle foreste tropicali è ancora così che prelevano il prezioso fluido ambrato, rischiando di cadere da grandi altezze nel raggiungere gli alveari, oppure di essere punti fino alla morte.
Per noi, invece, è tutto così semplice, perché gli apicoltori forniscono alle api dei telai in legno nelle quali costruiscono prima le loro cellette di cera e poi vi depositano il miele, che producono grazie al loro speciale processo di digestione del nettare. Nessun altro animale al mondo riesce a fare una magia del genere. All’uomo non resta altro che prendere la cornice quando è piena di miele, porla nello smielatore centrifugo il quale sottrae solo una parte del miele depositato. Eh si, bisogna fare attenzione alle quantità, perché se si preleva troppo miele, poi le api di cosa si nutrono? In fondo, è come se stessimo rubando dalla loro dispensa e il bello è che ce lo lasciano fare! In realtà non è finita qui, perché il lavoro dell’apicoltore inizia laddove termina quello delle api e consiste in una serie di procedimenti con numerose fasi: estrazione dei melari, stoccaggio dei melari, disopercolatura, smielatura, filtraggio, decantazione, schiumatura, invasettamento, stoccaggio.

Nell’immaginario comune le api sono associate soltanto al miele, ma in realtà riescono a creare tanti altri prodotti, che l’uomo sfrutta tutti:
– Miele –> Usato non solo nell’alimentazione, ma anche come disinfettante e cicatrizzante (a questo proposito, infatti, esiste un’antica pratica terapeutica definita apiterapia).
– Cera –> Prodotta da speciali ghiandole dell’addome, è usata in cosmetica, come medicinale e per incerare i mobili.
– Propoli –> Molti sicuramente non ne hanno mai sentito parlare. È ricavata dalle sostanze balsamiche, resinose e gommose che rivestono le gemme di molte piante e viene utilizzata dalle api per rinforzare l’alveare, per tappare eventuali buchi e per sterilizzare l’ambiente. Infatti, l’origine della parola deriva dal greco pro-polis, che significa “prima della città”, inteso come qualcosa che serve a difendere la città delle api, cioè l’alveare, da malattie e predatori. L’uomo la utilizza come antibiotico, disinfettante e cicatrizzante.
– Pappa reale –> Prodotta dalle ghiandole faringee o nutrici delle api e serve per nutrire le larve delle api nei primi giorni di vita. È un’efficace ricostituente.
– Polline –> Non è un prodotto diretto delle api, ma derivato dalla loro attività di “ispezionatrici di fiori”, per cui il polline in parte rimane attaccato alle loro zampe e così trasportato all’alveare. Anch’esso è un ricostituente.
– Attività pronuba –> I frutticoltori sfruttano la caratteristica delle api di volare di fiore in fiore per garantire la fecondazione incrociata tra le varietà di piante coltivate.

Pensate se un giorno le api non ci fossero più. Niente più alveari, niente più miele; gli apicoltori fallirebbero; il mercato che gira intorno ai prodotti delle api cadrebbe in rovina; l’alimentazione umana sarebbe ridotta all’osso, perché quasi tutte le colture di cui ci nutriamo dipendono dall’impollinazione degli insetti e l’80% di questo lavoro lo svolgono le api! Gli ecosistemi naturali verrebbero stravolti e moltissime specie vegetali si estinguerebbero. Insomma, si può dire che se venissero a mancare le api, una grave carestia colpirebbe l’uomo e la natura.
Ma perché questo scenario così inquietante e pessimista? Perché da pochi anni, esattamente dalla fine del 2006, è stato osservato un fenomeno preoccupante ed allarmante, mai visto prima. Intere famiglie di api sono scomparse di colpo presso le popolazioni del Nord America, senza lasciare alcuna traccia. Anche in Europa è stata presto rilevata quella che ormai viene chiamata la “Sindrome dello svuotamento degli alveari” (oppure in inglese, Colony Collapse Disaster, CCD), in particolare in Belgio, Francia, Grecia, Italia, Olanda, Portogallo e Spagna.
Di punto in bianco quasi tutte le api adulte spariscono, senza più fare ritorno a casa, lasciando l’alveare con qualche ape viva, con o senza regina, con le scorte di miele intatte e con le larve delle quali nessuno può più curarsi. Insomma, la famiglia è destinata a morire. Delle api adulte nessuna traccia. Vanno a morire lontano, portandosi dietro il segreto del problema.
La sindrome dello svuotamento degli alveari non deve essere considerata una nuova malattia, quanto piuttosto un mosaico di fattori. Al primo posto tra le cause si annovera l’eccessivo uso di pesticidi. Una particolare classe di questi, chiamati neoniocotinoidi, utilizzata in agricoltura, entra nel ciclo vitale della pianta così che le api ne vengono in contatto attraverso il polline dei fiori. Questi pesticidi agiscono a livello del sistema nervoso, bloccando il passaggio degli impulsi e causando la morte degli insetti. Alcune ricerche tedesche, inoltre, dimostrerebbero una stretta correlazione tra sorgenti mobili di onde elettromagnetiche (si pensi ai famosi ripetitori per i cellulari) e l’abbandono degli alveari: la presenza eccessiva di queste micro onde farebbe perdere l’orientamento alle api. Anche le colture OGM potrebbero avere degli effetti negativi sulle api, in particolare il bacillo BT (Bacillus thuringiensis) del mais, che indebolirebbe le difese immunitarie e la resistenza ai parassiti. E a completare la lista ci sono i cambiamenti climatici, che ridurrebbero la qualità e disponibilità di acqua e pascolo, rendendo meno salubre il territorio.

La situazione appare, quindi, molto complessa e preoccupante, tanto che di recente è stato istituito un gruppo di lavoro internazionale chiamato COLOSS (dall’inglese COLONY & LOSS, scomparsa di colonie) che riunisce 61 paesi in tutto il mondo, di cui 23 europei, il cui obiettivo principale è incentrare la ricerca scientifica per prevenire la scomparsa di api su larga scala, attraverso l’identificazione dei fattori variabili e lo sviluppo di strategie di conduzione sostenibile degli alveari.
L’Italia è molto coinvolta nella vicenda, perché conta 55/75 mila apicoltori (professionisti e hobbisti), 1,2 milioni di alveari, 10 mila tonnellate di miele prodotto all’anno e un fatturato stimato a 25 milioni di euro. Ricerche dell’APAT evidenziano come in Italia nel 2007 sia scomparso tra il 30% e il 50% delle api. Il nostro Paese, purtroppo, ha un triste primato: utilizza un terzo dei pesticidi di tutta Europa. Ecco perché molti apicoltori, riuniti nell’UNAAPI (Unione Nazionale Associazione Apicoltori Italiani) chiede al governo di bandire l’utilizzo in agricoltura dei neonicotinoidi, prodotti dalla Bayer, azienda farmaceutica molto potente e influente. La stessa presa di posizione è stata attuata già alcuni anni fa in Francia, con esito positivo. Invece, nel nostro Paese la situazione non sembra risolversi, e non bastano lo proteste degli apicoltori a far cambiare idea al Governo.
Intanto per scongiurare il triste esito che questo problema sta provocando, alcuni apicoltori italiani hanno pensato di trasferire le proprie arnie dalla pianura alla montagna durante il periodo ottobre-aprile, così da esporle meno ai pesticidi delle colture massive. Il problema sorgerebbe se questo trasferimento dovesse essere fatto anche nei mesi estivi, quando cioè le api in montagna e nei boschi non troverebbero cibo a sufficienza. In questo caso, sarebbero gli stessi apicoltori a fornire cibo (zucchero) alle api per poterne garantire la sussistenza, con un dispendio economico non indifferente, oltre che una perdita di numerose qualità di miele, cioè quelle prodotte grazie ad alcune specie di piante che vivono a bassa quota.

La speranza inizia dal Governo, che per primo deve prendersi la responsabilità politica di applicare il principio di precauzione, al fine di salvaguardare questi straordinari insetti senza i quali tutti avremmo una vita più povera. Ma l’impegno riguarda anche gli agricoltori, gli allevatori, grandi e piccoli, e tutti noi, perché ora che la moria delle api sta diventando un allarme globale, si possa attuare un comportamento più rispettoso e sostenibile sia per le api, sia per l’ambiente che ci circonda.

“Alveare – Fiore”, così cita il titolo di questo post, rappresentano due stazioni di una linea ferroviaria che non viaggia su vere e proprie rotaie, bensì su chilometri e chilometri di rotte libere nell’aria, le quali collegano ogni alveare al proprio campo di fiori. E’ un treno senza mai capolinea, perché se le api smettessero anche solo per un giorno di fare il loro percorso, l’alveare diventerebbe una città che perde le sue scorte e le sue forze, non potrebbero crescere nuove api, né si produrrebbe più miele.
Questo treno non può e non deve avere alcun capolinea…

Angela Tavone

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Responses

  1. Ho letto con interesse il tuo articolo, visto che sei più esperta di me volevo che legegssi quanto ho scritto sul mio blog qualche giorno fa a proposito di quello che accade in Calabria. Non conoscevo il problema ma sono rimasto terrorizzato.
    Inoltre volevo farti i complimenti per le foto.
    Saluti
    Giuseppe

  2. Ti ringrazio molto, Giuseppe, per l’apprezzamento al mio post.
    Il tuo l’ho letto con molto interesse, scoprendo anche qualcosa di nuovo.
    Speriamo in qualche modo che il futuro delle api possa essere migliore…
    Angela

  3. articolo molto interessante,ho imparato qualcosa di nuovo sulle api….pero’ ho notato che la prima foto non ritrae un ape ,ma una specie di mosca 🙂

    Giovanni

  4. Ciao Giovanni,
    grazie, mi fa molto piacere trovi interessante l’articolo…
    Per quanto riguarda la foto a cui ti riferisci, grazie per avermi posto il dubbio. Ricordo di averla presa da un sito che parlava di api o apicoltura in Calabria (anche se non riesco più a trovare la fonte :S), per cui mi sono fidata che fosse un ape.
    In ogni modo, poiché la differenza principale tra un ape e una mosca (nello specifico un sirfide, quella famiglia dell’ordine dei ditteri che nell’aspetto somiglia molto alle api) è che la prima ha quattro ali, la seconda due. In quella piccola foto sinceramente non riesco a capire bene quante ali ci siano, visto che sono in movimento, ma magari hai tu l’occhio più esperto e, visto che hai posto il problema, hai ragione tu.
    Saluti,
    Angela

  5. Ho notato la forma della testa, in particolare gli occhi e la mancanza delle antenne…la forma e il colore delle zampe 🙂 penso l’insetto in questione possa essere una Eristalis tenax…
    scusa la mia pignoleria 😛

    contraccambio i saluti

    Giovanni

  6. Bene, immaginavo fossi un entomologo 🙂
    Visto che ora la determinazione è stata fatta (ho guardato qualche immagine di Eristalis tenax e credo proprio tu abbia ragione), provvederò a cambaire l’immagine del sirfide con quella di un ape vera 😉
    Grazie,
    Angela


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