Pubblicato da: Angela | 3 marzo 2008

Prima causa intentata per “global warming”

In un piccolo paesino di meno di quattrocento anime, Kivalina, nel nord dell’Alaska, da qualche anno la situazione ambientale sta cambiando drasticamente. Le poche case si trovano tra ghiaccio e terra, la principale attività degli uomini qui è la pesca e di solito la vita si svolge tranquilla. Ma da quando i ghiaccio hanno preso a fondersi rapidamente, la baia non è più protetta dalle gelide tempeste, che negli ultimi tempi hanno causato distruzioni e notevoli disagi alla popolazione. Prima il ghiaccio continentale iniziava a formarsi da ottobre, creando una coltre spessa e sicura, dalla quale era possibile anche imbarcarsi per il mare aperto. Oggi, invece, a metà dicembre la baia è ancora a pieno affacciata sul mare.

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Senza i ghiacci, senza la neve, questa gente, appartenente al popolo degli Inuit, una delle più antiche culture nordiche ancora resistenti al dominio degli “uomini occidentali”, non può vivere nelle proprie case ed è costretta a trasferirsi in luoghi che non gli appartengono. Le loro vite dipendono così fortemente dalle condizioni ambientali, tanto che le trecentonovanta persone residenti a Kivalina, tutte concordi, hanno deciso di intentare una causa contro le principali compagnie petrolifere (vale a dire Exxon, Shell e BP), i cui giacimenti si trovano in Alaska, e numerose società che gestiscono la distribuzione di elettricità.
Si tratta del primo caso in assoluto in cui l’accusa è quella di “global warming”. I legali della piccola comunità vogliono denunciare le compagnie petrolifere davanti alla Corte Federale, perché le loro attività incidono fortemente sul clima, dunque provocano conseguenze dirette sulla stabilità e vivibilità nel villaggio. Quest’ultimo, infatti, senza i ghiacci che lo circondano, sta diventando sempre più un’isola abbandonata all’oceano.
Ci si chiede: i residenti di Kivalina potranno mai ricevere la modica cifra di quattrocento mila dollari (e sottolineo modica, vista la “portata” degli accusati) come risarcimento ai danni subiti, nonostante un reato del genere non sia contemplato dalla Costituzione americana? Ma soprattutto, come si fa a dimostrare in maniera univoca che la Shell e le altre fanno sciogliere i ghiacci? Purtroppo, attualmente il livello di incertezza sulle responsabilità dei cambiamenti climatici a livello globale è molto elevato. Non siamo in grado di stabilire un modello di azione per arrestare questo fenomeno, che sembra davvero sfuggirci dalle mani; figuriamoci se possiamo dare la colpa a qualcuno in particolare.
E intanto gli Inuit dell’Alaska continuano a soffrire. Forse la colpa è un po’ di tutti noi.

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