Pubblicato da: Angela | 20 settembre 2016

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Pubblicato da: Angela | 23 agosto 2016

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LOCANDINA

Pubblicato da: Angela | 4 luglio 2016

Un orso che balla: così sembra, ma non è

di Angela Tavone

(Da: Terre dell’Orso, n.7 Giugno 2016 – Newsletter dell’Associazione Salviamo L’Orso Onlus)

Come ci si sente di fronte ad un evento della tradizione popolare della propria terra di cui, però, non si riesce a cogliere completamente il significato? Cosa si sta guardando realmente, una rappresentazione di 100 anni fa ma con “fare moderno”, oppure la riproposizione di un rito che oggi non avrebbe più motivo di esistere?

Sono queste le domande che mi sono posta quando ho assistito alla manifestazione del Carnevale di Tufara, nel corso della quale si sono svolte una serie di antiche rappresentazioni propiziatorie, in particolare “Il Ballo dell’Orso”. “U ball dell’urz” potrebbe essere definita a primo impatto una pantomima, messa in scena a Jelsi (CB) in occasione del Carnevale di paese (ed “esportato” in altre manifestazioni carnevalesche popolari), dove la scena principale è retta da un grosso uomo travestito da orso bruno che, su due zampe, si dimena dalla sua catena tentando di spaventare le persone attorno a sé. I figuranti sono molti di più, perché ai due o tre contadini-cacciatori che hanno il merito di aver catturato l’orso, si aggiungono un parroco con acquasantiera, un carabiniere e il sindaco a garanzia della sicurezza personale, un fotografo con macchina d’epoca a soffietto e una schiera di signore e ragazze, “prede” preferite delle improvvise aggressioni del plantigrado incatenato.

Il Ballo dell'Orso 1.jpg

Non c’è nessuno che racconta cosa stia accadendo, si odono solo una serie di “Oheee!!” dei contadini che strattonano l’orso quando si spinge troppo sulle persone, oppure “Olèèè!” quando l’orso viene messo a terra e tutti sono in posa di fronte al fotografo che scatta la foto ricordo, con tanto di finta nube di polvere di magnesio. Intanto, dei musicisti suonano musica popolare e gli spettatori partecipano con applausi.

Dubbiosa mi domando: partecipano a cosa? All’epilogo lieto di una caccia alla bestia? Io personalmente non mi sento affatto partecipe e il tutto ha il sapore di una scena anacronistica per gli anni in cui viviamo.

Mi chiedo se i miei dubbi siano anche quelli di qualcun altro, perché la mancata comprensione di una rappresentazione della nostra cultura tradizionale a me lascia l’amaro in bocca. E così questa triste sensazione suscitata dalla derisione dell’orso di Jelsi mi ha spinta a cercare un significato, a capire che cosa c’è dietro un rituale che oggi appare così distante dalla cultura della conservazione della natura e delle sue specie di maggior pregio.

Basta una ricerca sul web nemmeno troppo approfondita per scoprire che “Il Ballo dell’Orso” di Jelsi ha radici profondissime, di origini pagane, e che è una delle ben tre maschere zoo-antropomorfe ad oggi ancora esibite nei carnevali molisani. Il suo significato è stato raccontato dal regista Pierluigi Giorgio, il quale dal 2008 ha riportato in scena tra i vicoli di Jelsi questa rappresentazione, caduta nell’oblio con la Seconda Guerra Mondiale. È proprio grazie a sue interviste, dichiarazioni e a qualche documento disponibile online che scopro come l’Orso sia soprattutto un capro espiatorio di frustrazioni e privazioni della comunità di fronte alle convenzioni e ai rigidi schemi sociali. Chi lo tiene alla catena in realtà non è un cacciatore, bensì un domatore e i suoi gesti nei confronti del plantigrado rappresentano l’auto-repressione degli istinti e delle libertà più selvagge degli individui in favore dell’uniformità e razionalità collettiva messa in atto per il bene comune.

Il Ballo dell'Orso 2.jpg

Secondo le ricostruzioni, anticamente l’Orso si aggirava tra i vicoli del paese tenuto alla catena dal suo domatore ed entrando in alcune case diffondeva il panico (in maniera controllata), caricando così la scena di tensione, che poi si concludeva con la liberazione della famiglia – dunque, della collettività – dal tormento. Ecco che il bene vince sul male: questa la ragione per la quale la maschera dell’Orso è caratterizzata da un paio di insolite corna, che richiamano a raffigurazioni demoniache, ed ecco perché c’è un parroco che sparge acqua santa per esorcizzare gli influssi malefici della bestia. Il regista Giorgio ha proposto una rivisitazione del rituale carnevalesco a mo’ di ballata, infatti l’Orso imprigionato è costretto a “ballare” sotto le minacce di percosse con un bastone e, alternando momenti di ribellione a passi di danza, “l’animale” conduce il corteo nei vicoli del paese insieme ai musicanti. Talvolta il gruppo bussa alle porte delle case e, ad un comando del tipo “Orso a posto! Orso olè! Balla Orso!”, la famiglia ospitante offre da bere e da mangiare. In un’ottica di coerenza di interpretazione, questo gesto potrebbe essere visto più come un plauso al conformismo che come atto di generosità verso gli astanti.

Ciò che in questa rappresentazione trovo significativo, ma che non appare, è l’analogia celata tra l’azione collettiva dissacrante verso il povero plantigrado e il processo di disagio interiore che potrebbe provare ogni singolo individuo: catturare, incatenare, soggiogare l’Orso, domarlo e costringerlo a rispecchiare degli schemi rituali – la danza – corrisponde ad imprigionare e reprimere quella parte di se stessi così profonda che difficilmente gli altri comprendono, anzi ne hanno timore. E allora eccone la demonizzazione, il suo soffocamento sotto gli stereotipi sociali.

Ho scoperto che questo è ciò che si recita durante la rappresentazione completa della ballata.

“…Chissà se la gente si domanda e poi chiede come si viva con una palla al piede, al posto invece di annullare le pene senza quel vincolo delle catene. Conservare il “selvatico” dentro di sé, essere in fondo quel che si è; mantenere il contatto con l’ingenuità, respiro primario d’identità. Forse è più comoda senza domande una vita da schiavo sotto badante; soffocare l’istinto con la ragione e danzare a comando: “Balla buffone!”.

Chiunque assiste al “Ballo dell’Orso” dovrebbe poter capire che ciascuno ha “un orso interiore” che urla e si dimena se gli viene negata la personale libertà di essere selvaggio, per cui è vero che le regole migliorano la vita sociale, ma l’eccessiva uniformità e standardizzazione dei comportamenti fanno diventare sempre più flebile e più lontano quell’urlo che appartiene ad ognuno di noi.

Dunque, “Il Ballo dell’Orso” non rappresenta la caccia all’orso, o almeno non più nei tempi recenti. Chissà se invece l’origine fosse proprio quella di demonizzare un animale da sempre considerato “negativo”, “antagonista” per l’uomo (e che forse un tempo viveva anche nel territorio di Jelsi!). Pare che nel paganesimo il rito con l’orso come protagonista avesse un significato di propiziazione della fertilità.

In fondo non conta se questa tradizione popolare abbia uno o più significati, ma è importante che questi vengano raccontati, non solo mimati, affinché anche le generazioni lontane dall’era della caccia all’orso possano comprenderli e decidere se condividerli in futuro. La tradizione non è qualcosa di immobile, come ci insegna il rituale del Ballo dell’Orso, ma si evolve. Così sembra, ma non è.

Pubblicato da: Angela | 3 giugno 2016

Le cinque giornate di Pantanello

Articolo-Latina-Oggi-24-05-2016 per web

Pubblicato da: Angela | 21 maggio 2016

Happy birthday, NPS!

Pubblicato da: Angela | 29 aprile 2016

Piccole Guide di Natura e Cultura

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Segui le Piccole Guide a Pantanello…

Pubblicato da: Angela | 26 marzo 2016

Piccole Guide di Natura e Cultura – Parco Pantanello

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Pubblicato da: Angela | 21 febbraio 2016

Workshop – Heritage Interpretation

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Pubblicato da: Angela | 1 gennaio 2016

Analisi del 2015

I folletti delle statistiche di WordPress.com hanno preparato un rapporto annuale 2015 per questo blog.

Ecco un estratto:

Un “cable car” di San Francisco contiene 60 passeggeri. Questo blog è stato visto circa 3.100 volte nel 2015. Se fosse un cable car, ci vorrebbero circa 52 viaggi per trasportare altrettante persone.

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