Inserito da: Angela | Ottobre 31, 2009

L’idea del fotoracconto d’autunno

In questi ultimi giorni sulla pagina “Ambiente” di repubblica.it è scattata la mania del fotoracconto. Gli autori della sezione dedicata ad ambiente e natura di uno dei portali di informazione più cliccati del web italiano, hanno pensato di creare una galleria di immagini sull’autunno, in cui i lettori forniscono “le loro opere” e gli amministratori della pagina web ne curano l’esposizione, come in una vera galleria fotografica.
Foglie, colori, alberi, paesaggi, sentieri nel bosco, viali cittadini, sponde di fiumi o micropaesaggi sotto il pelo dell’acqua. Tutto ciò che può essere associato alle parole autunno e natura è raccontato in queste centinaia e centinaia di fotografie.
Gli autori? Per lo più italiani, ma anche stranieri, che sono rimasti affascinati da uno squarcio coloratissimo di un bosco oppure dalla solitudine di una foglia galleggiante. Seppure per molte persone l’autunno è una stagione triste, perché il cielo è per lo più scuro, fa freddo e tutto si assopisce per prepararsi ai rigori dell’inverno, è allo stesso tempo un periodo di grossi e repentini cambiamenti, nelle forme, nei colori e nelle composizioni degli elementi naturali. Ogni giorno e anche più volte al giorno un albero cambia il suo abito, un giardino sposta i suoi tappeti di qua e di là e un bosco trasforma le sue sembianze di ora in ora.
Personalmente trovo che quella attuale sia una stagione affascinante e, come me, migliaia di persone dall’Italia e da tutto il mondo hanno inviato (e continuano ancora imperterriti) a repubblica.it i loro scatti per raccontare ognuno il proprio autunno ed hanno avuto la soddisfazione di vedersela pubblicata sul portale!
Io propongo anche qui la mia, augurando buon autunno a tutti!

Foglie rosse - Angela Tavone

Inserito da: Angela | Settembre 29, 2009

E’ giusto lasciare che i panda si estinguano?

Teneri, dolci, sornioni, dalla faccia simpatica e dai movimenti goffi. Queste sono le prime caratteristiche che vengono in mente quando si pensa ai panda, questi grossi orsi del Sud-Est Asiatico dalla folta pelliccia bianca e nera, che vivono in montagna nutrendosi di una grande quantità di bambù.

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Da molti anni il panda è il simbolo della lotta all’estinzione delle specie animali più fragili e a rischio sul nostro pianeta non solo per il suo “bel faccione”, ma per una serie di motivazioni ecologiche e biologiche importanti.
E’ noto che il panda ha un’alimentazione talmente specifica che non gli consente di sopravvivere in nessun altro habitat dove non ci siano piante di bambù. Per sopravvivere, infatti, ha bisogno di almeno quaranta chili di foglie di questa specie (ma non disdegna anche il fusto), che digerisce con molta lentezza, conferendo al panda una vita molto pigra e quella tipica espressione assonata rimarcata su tutti i pelouche che lo rappresentano. La sopravvivenza di questo orso è principalmente minacciata dalla grande riduzione del suo habitat per mano dell’uomo, che continua a tagliare i boschi di bambù, e in secondo luogo dalle grandi difficoltà che questa specie ha nella riproduzione. Tali animali, infatti, fanno per lo più vita individuale e le femmine sono fertili solo per due giorni all’anno, dunque vi sono grandi difficoltà perché i due partner si incontrino per procreare. A ridurre ancor di più le possibilità di sopravvivenza della specie vi è inoltre un elevato tasso di mortalità, per cui se la femmina partorisce due cuccioli, ne alleva solo uno e anche quando si tratta di un solo figlio, solo un piccolo di panda su tre riesce a raggiungere l’età adulta.

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Esistono svariati centri, soprattutto in Cina, che si occupano di panda tenendoli in cattività al fine di riuscire a farli riprodurre con successo e aumentare così, anche se di poco, il loro numero che però continua ad essere esiguo. Attualmente ci sono in totale circa 1600 individui, troppo pochi per far dichiarare la specie fuori dal rischio estinzione.
Chris Packham, famoso naturalista e conduttore di programmi sugli animali in Gran Bretagna, ha definito eccessiva l’attenzione che si ripone per la salvaguardia del panda (che a suo avviso non sarebbe stata tale se si fosse trattato di un animale meno bello e attraente), in quanto è una specie che oggi, di fronte alla natura e alle sue risorse, è troppo debole ed è destinata a soccombere. Per questo egli si chiedeva: è giusto spendere una grande quantità di denaro per far accoppiare degli animali in cattività che in realtà non potranno mai tornare veramente liberi poiché il loro habitat sta scomparendo?
Insomma, la teoria che porta avanti Mr. Packham è quella di non accanirsi per far funzionare un “meccanismo”, un tassello dell’ecosistema, che la natura stessa sta portando verso la fine. In fondo, l’estinzione è un processo implicito e necessario all’evoluzione, perché laddove viene a mancare una specie, il suo habitat e le risorse che essa utilizzava vengono sfruttate da una o più specie che vi si insediano nuovamente. E un altro ciclo riprende a funzionare.

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Se le osservazioni di Packham possono sembrare fondamentalmente giuste, bisogna però tenere conto che la causa della progressiva diminuzione dei panda non è dovuta esattamente alla selezione naturale, quanto piuttosto a quella antropica! E’ stato l’uomo, infatti, che, con le sue attività molto invasive e poco compatibili con i cicli naturali, ha deviato le sorti di una specie portandola sull’orlo del baratro. E il caso del panda è solo uno dei tanti, per non citare quelli in cui l’uomo è riuscito pienamente a cancellare la specie dal pianeta.
Qui non si tratta di “accanimento terapeutico”, come Packham definisce, aggiungendo certamente del colore, i tentativi di salvaguardia del panda, ma di ponderare concretamente il valore che questa specie ha per il suo ecosistema e per l’intero pianeta. Non è affatto facile, perché non si tratta di contare del denaro, cosa che l’uomo sa fare molto bene, né di considerare quanto l’eventuale estinzione del panda possa incidere sulla vita umana. Il cuore del problema è la visione globale, che si tratti di biodiversità o di altre problematiche, e che tutti noi spesso tendiamo a trascurare.

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Inserito da: Angela | Agosto 29, 2009

Quando manca l’orientamento si gira in tondo

Recente è lo studio da parte degli scienziati dell’Istituto Max Planck di Biologia cibernetica di Tubinga, in Germania, in merito alla capacità che l’uomo ha di mantenere costantemente una rotta rettilinea in luoghi ampi e sconosciuti.
La ricerca empirica è stata svolta in luoghi diversi quali la zona settentrionale della Tunisia, il deserto del Sahara e la foresta di Bienwald in Germania. Vari gruppi di volontari hanno camminato per ore con la richiesta di mantenere quanto più possibile una direzione lineare. Il loro cammino è stato monitorato grazie al sistema di posizionamento globale GPS.

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I risultati non hanno mostrato dubbi: quando l’uomo non può contare su punti di riferimento fissi come il sole, la luna o le stelle tende a seguire una direzione circolare, talvolta tornando sui suoi stessi passi senza accorgersene. Infatti, nell’ambito della ricerca empirica, le quattro persone che hanno camminato nella foresta di Bienwald in una giornata nuvolosa hanno perso rapidamente la direzione retta, cosa che non è successa agli altri due trovantesi nello stesso luogo durante una giornata soleggiata. Stessa situazione per i due volontari che hanno camminato di giorno sotto il sole nel Sahara, mentre l’altro che ha percorso il deserto di notte è riuscito a mantenere la linea retta solo finché la luna non è stata oscurata dalla nuvole.
Non è ben chiaro per quale precisa ragione l’uomo tende ad assumere un andamento circolare quando perde i suoi punti di riferimento. Ciò che è noto è che tutti hanno una gamba più lunga o più forte dell’altra che in qualche modo tende a definire la direzione del cammino libero, come dice il capo della ricerca Jam Souman, ma al di là di questo, durante uno spostamento si colgono con la vista una serie di segnali dall’ambiente circostante che consentono di creare la propria bussola. Quando viene a mancare la vista (ulteriori esperimento sono stati fatti con persone bendate) o i riferimenti stessi (il non poter più vedere il sole e la luna di cui si parlava prima), i sensori delegati all’orientamento diventano meno efficaci e spesso vengono fuorviati da sensazioni personali errate.
Ecco perché quando ci si trova in luoghi sconosciuti, per non perdersi è bene fare poco affidamento alle sensazioni, ma al contrario cercare di trovare punti di riferimento utili e riconoscibili.

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Inserito da: Angela | Luglio 30, 2009

Il senso del volontariato nella tendopoli

Fare volontariato in una tendopoli è un’esperienza intensa, che ti segna dentro, almeno per le persone particolarmente sensibili al dolore, al disagio e alla sofferenza umana. Questo perché si vive a stretto contatto con gente che da un giorno all’altro si è trovata a vivere in condizioni tutt’altro che confortevoli, mai sperate né immaginate prima. Si passa dal vivere da un piccolo nucleo familiare a una comunità di centinaia di persone per cui la privacy si riduce fortemente e crescono i motivi, anche futili, per i quali litigare o discutere.

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Allo stesso tempo, però, viviere in una tendopoli significa riconoscersi tutti uguali di fronte alla stessa tragedia: il terremoto. E’ un vero e proprio senso di appartenenza ad una medesima terra colpita da sciagura, ad un popolo che ha subito uno shock iniziato con 20 terribili secondi e che ogni notte si ripercorre nei pensieri e nelle paure di quanti lo hanno vissuto. Mai più potranno dimenticare quelle sensazioni terrificanti di essere ad un passo dalla fine, lì intrappolati nelle proprie case, dove solo l’istinto e la fortuna ha permesso ai sopravvissuti di salvarsi.
Tutto questo emerge rapidamente, sin dai primi giorni che vivi con questa gente, sia attraverso i racconti, sia attraverso gli sguardi che, tra l’affollarsi dei pensieri e delle preoccupazioni, cercano vie di fuga, al di là delle tende, per ritornare magari nelle proprie case. Anzi no, pochi vogliono tornare in quegli edifici che hanno sentito così insicuri. Nella tendopoli non c’è nessuno che vuole dormire nelle vecchie stanze, perché sarebbe crudele continuare a ripercorrere l’incubo del 6 aprile…
Ecco perché nel campo ci si coordina, si fanno i turni per la cucina, per le pulizie, per i lavori di manutenzione, ecc. Tanto più il gruppo è unito, tanto più ci si dà da fare per il benessere collettivo. Nessuno resta veramente solo nel corso della giornata e in qualche modo viene coinvolto nelle attività piccole o grandi che siano. E mentre gli adulti lavorano o cercano di tenersi impegnati in qualche modo, i bambini li si incoraggia a non pensare a dove e come stanno vivendo ora, a ciò che hanno dovuto lasciare e al terrore di sentire tremare la terra sotto i piedi. Grazie alla scuola estiva i più piccoli possono giocare, sfrenarsi, dipingere, e quelli più grandi possono fare attività creative, laboratori, giochi, ecc. A volte tutti insieme si via dall’Aquila per fare una vera e propria vacanza. Purché bambini e ragazzi sentano di vivere una “certa normalità”, gli insegnanti sacrificano il proprio riposo estivo perché sperano che questa esperienza del terremoto e post-terremoto, così strana e forte allo stesso tempo, domani non si ripercuota negativamente sui loro comportamenti e sulle loro vite.
La lieve e silenziosa presenza di un volontario si inserisce in tutto questo, cercando di dare una mano laddove ce n’è bisogno, di ascoltare le persone che hanno voglia di raccontare, di abbracciare i bambini che hanno ancora più bisogno di affetto, di sorridere quando è la speranza a farsi strada tra le parole e gli sguardi.
Che nessuno dimentichi mai questa gente che ha così sofferto perché non esiste più la propria città e tante persone che la tenevano viva, e che oggi continua a soffrire…

Lesioni

Inserito da: Angela | Giugno 30, 2009

Conoscere il mondo attraverso la fotografia

Talvolta la navigazione internet mirata ad un obiettivo preciso può portare a scoprire per caso siti web inaspettati e, che anche per questo, stupiscono!
Trekearth è un sito costruito per gli amanti della fotografia, professionisti e non, che grazie ai loro scatti possono far conoscere agli altri membri o ai visitatori in generale del portale, paesaggi, situazioni, dettagli, tradizioni, culture e tutti quei frammenti di vita che possono essere immortalati in uno scatto fotografico. E questo da ogni angolo della terra!
Trekearth è un po’ come una grande piazza, dove le persone possono incontrarsi, scambiarsi idee e opinioni, principalmente sulla fotografia ma anche su tante altre cose, commentare le opere altrui e per questo crescere e imparare…
Il bello è che questo sito può essere utile anche se si vuole fare un viaggio, reale o virtuale che sia, scegliendo sulla mappa il paese di destinazione e potendo visionare tutte le foto postate a riguardo. Inoltre, si possono anche cercare i membri del sito, i cosiddetti “TE members”, guardare i loro album, contattarli, ecc.
Insomma, per gli amanti della fotografia quale affascinante strumento di scoperta di luoghi e situazioni, trekearth.com può essere un ottima finestra sul mondo, sulle sue bellezze, stranezze e anche paradossi… Conoscere la realtà attraverso la fotografia rende senza dubbio la vita più colorata, anche quando si è di fronte ad un bianco e nero!

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Inserito da: Angela | Maggio 30, 2009

La visione del paesaggio

Leggendo alcuni testi per motivi di studio, sono rimasta affascinata dal punto di vista di un autore riguardo il “paesaggio in quanto luogo”.
Di seguito ne riporto l’originale in inglese e poi una modesta traduzione in italiano.

“It is a landscape as enviroment, ambracing all that we live amidst, and thus it creates a sensitivity to detail, to texture, colour, and all the nuances of visual relationships, and more, for enviroment engages all our senses, the sounds and smells and ineffable fell of a place as well… Such a view is… central ground to the geographer… [who]… will see in the landscape a variety of patterns and relationships… [which]… take on meaning only when interpretated with some understanding oh history and ideology… Those interested in particular localities share a belief that one of the greatest riches of the earth is its immense variety of places… [and] that the individuality of places is a fundamental charateristic of subtle and immense importance… that all human events take place, all problems are anchored in place, and can ultimately only be understood in such terms.”
(Meinig, 1979)

Fontana Fredda - Monti Sibillini

Dead Vlei, Namibia

“E’ il paesaggio come ambiente, che abbraccia tutto ciò in mezzo a cui viviamo, e perciò crea una sensibilità per i dettagli, per le trame, i colori, e tutte le sfumature delle relazioni visive, e in più, l’ambiente interessa tutti i nostri sensi, i suoni e gli odori ed anche l’ineffabile sensazione di un luogo… La visione è il centro della terra per il geografo, che vedrà nel paesaggio una varietà di modelli e relazioni… i quali acquistano significato solo quando interpretati con alcune conoscenze di storia e ideologia… Quelle riguardanti particolari località condividono la convinzione per cui una delle ricchezze più grandi della terra è la sua immensa varietà di luoghi… e che l’individualità dei luoghi è una caratteristica fondamentale di sottile e immensa importanza… perché tutti gli eventi umani hanno luogo, tutti i problemi sono legati ad un posto, e in fondo possono essere compresi soltanto in questi termini”.
(traduzione A. T.)

PAPERE

insetto su fiore

Le parole dell’autore vogliono essere solo uno spunto per riflettere sul fatto che nulla di ciò che ci circonda è banale, scontato o monotono. Sta a noi dare il giusto valore ai “paesaggi che ci appartengono”, grandi o piccoli che siano…

Inserito da: Angela | Aprile 13, 2009

Secondo corso di fotografia naturalistica a Capracotta

A tutti gli appassionati della natura e della fotografia, vi posto la locandina del secondo corso di fotografia naturalistica che si tiene a Capracotta (IS), nel suggestivo scenario montano del Giardino della Flora Appenninica.
Come protrete leggere voi stessi, il corso è tenuto da due fotografi professionisti, molto bravi, preparati e anche simpatici (garantisco io che ho già frequentato il I livello lo scorso anno), con i quali si è creato anche un blog di fotoamatori.
Anche le date scelte, dal 30 aprile al 3 maggio, sono strategiche, a cavallo della festa del 1 Maggio, per permettere ai più di partecipare.
A quanti siano interessati, ci sono tutti i riferimenti nella locandina che qui pubblico.
Perché la fotografia è un’arte e la natura ne è una delle principali ispiratrici.

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Inserito da: Angela | Marzo 28, 2009

Un’ora contro i cambiamenti climatici

EARTH HOUR
Oggi, dalle 20.30 alle 21.30 spegniamo tutti le nostre luci per contribuire a manifestare contro l’incalzare dei cambiamenti climatici. E’ un modo, questo, per far dimostrare ai nostri governi quanto siamo interessati alla salute del nostro pianeta, quanto vogliamo che si prendano decisioni politiche al fine di ridurre la produzione di CO2 con le nostre attività!

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Solo un’ora, un’ora in cui la Terra tornerà a respirare un pò più leggera… come non faceva da tanto.
Magari anche dopo oggi proviamo a spegnere di più le nostre luci, così ne guadagneremo per il futuro!

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Inserito da: Angela | Febbraio 27, 2009

La proposta del caricabatterie universale

E’ uno dei rifiuti tecnologici più diffusi e nelle case si dà vita ad una vera e propria collezione ogni volta che si compra un nuovo cellulare. Si tratta dei caricabatterie, questi oggetti ormai diventati fondamentali nella vita quotidiana ma che si stanno accumulando in maniera spropositata. Questo, ovviamente, va a discapito dell’ambiente, perché lo smaltimento dei rifiuti tecnologici è lungo ed oneroso (e per questo molto spesso diventa illecito). Inoltre, i caricabatterie comportano uno spreco di energia notevole quando restano attaccati nonostante il cellulare sia carico.

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Finalmente molte industrie mondiali di telefonia hanno dato il loro consenso per la produzione di caricabatterie universali a partire dal 2012. Tra queste ci sono LG, Motorola, Nokia, Qualcomm, Samsung, Sony Ericsson. Tra gli operatori, il gruppo 3, AT&T, KTF, Mobilkom Austria, Orange, Telecom Italia, Telefonica, Telenor, Telstra, T-Mobile e Vodafone. Mancano invece Blackberry e Apple, che nei loro prodotti hanno sempre mantenuto propri standard. Il recente Barcellona Mobile World Congress è stato l’occasione ideale per dichiarare l’impegno per ridurre gli sprechi e gli impatti ambientali, sia ai cittadini, sia alle istituzioni mondiali, le quali spesso hanno ribadito la necessità di trovare delle soluzioni alternative per ridurre la produzione di questi oggetti. In particolare, la Commissione Europea continua a pressare i produttori di cellulari perché la conversione dei caricatori differenziati in universali avvenga anche prima del 2012.

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Alcune compagnie, poi, si sono già attivate per ridurre gli impatti sull’ambiente dei telefonini e dei loro accessori. Ad esempio, la Nokia ha già iniziato a non includere più il caricabatterie nella confezione del cellulare, riducendo, così, anche il costo per il consumatore. La Samsung, invece, ha dotato i suoi telefonini di un allarme particolarmente fastidioso che si attiva quando il cellulare è carico, così da costringere la persona a staccarlo dalla presa della corrente. E ancora, su questa scia ecologista, LG e ZTE hanno creato dei cellulari con micro pannelli solari, così da rendere completamente eco-compatibile la loro ricarica.
Queste iniziative sono importanti perché ci fanno capire quanto bisogna essere attenti nell’utilizzo dell’energia e delle risorse di cui disponiamo, innanzitutto a partire dai più semplici gesti quotidiani, per andare verso condotte di vita sempre più consapevoli e rispettose dell’ambiente che ci circonda.

Inserito da: Angela | Gennaio 28, 2009

Verso una luce più pulita

Lampadine voraci
Molte delle cose che vengono fuori dalle mani dell’uomo purtroppo accrescono l’inarrestabile livello di emissioni di CO2, e fra queste c’è anche la luce prodotta dalle lampadine. La Commissione Europea ha dichiarato che l’illuminazione elettrica genera l’equivalente del 70 per cento delle emissioni gas a effetto serra del mondo!
Da dove arriva il problema? Ebbene, ci sono alcuni tipi di lampadine, quali quelle a incandescenza (le classiche lampadine col filo di tungsteno) e quelle alogene, che risultano troppo voraci di energia; inoltre, questa energia utilizzata la convertono maggiormente in calore piuttosto che in luce, che sarebbe il loro vero scopo.

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Nell’illuminazione pubblica già da vari anni si sta correndo ai ripari. Infatti, negli uffici si usano prevalentemente i tubi fluocompatti, moderatamente a basso consumo, e nelle strade si utilizzano le lampade ai vapori di sodio o quelle bianche agli ioduri metallici. L’ambito più difficile da “convertire” è l’illuminazione privata, perché tutti in casa utilizziamo ancora le lampadine tradizionali. In base alle stime dell’Unione Europea, si pensi che se si potessero eliminare le lampade domestiche a bassa efficienza energetica, si potrebbero recuperare da qui al 2015 oltre sette miliardi di euro ogni anno!

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Poiché si parla di grandi cifre, le due più grandi industrie di lampade a incandescenza, la Philips e la Osram, hanno dichiarato che ne interromperanno la produzione a partire dal 2015. Vari Paesi, inoltre, hanno già preso dei provvedimenti in proposito: la California ha deciso che dirà addio alle vecchie lampadine entro il 2010; Australia e Canada la seguiranno entro il 2012. Invece, in Italia la sospensione nell’uso e nella distribuzione di queste lampade avverrà dal primo gennaio 2011, con un risparmio di tre milioni di tonnellate di emissioni di CO2 nell’atmosfera.

Quale soluzione?
Oggi sentiamo sempre più spesso parlare di illuminazione LED. Di cosa si tratta? L’acronimo deriva dall’inglese Light Emitting Diode, vale a dire diodo elettroluminescente e, per intenderci, sono quelle piccole ma potenti lucine si trovano nei fari delle biclette di ultima generazione (ma anche delle auto), nei flash dei cellulari, nei semafori, nelle insegne pubblicitarie, ecc. (Per un maggiore approfondimento, clicca qui) Lo scienziato americano Nick Holonyak è l’artefice del LED. Infatti, nel 1962 egli capì che per ogni watt di elettricità utilizzato, il diodo avrebbe prodotto una luce più brillante di qualsiasi altra lampadina. Si tratta, in fondo, di una “luce elettronica” ed è una tecnologia estremamente promettente, perché permette di unire la qualità, al risparmio, sia di denaro sia in termini ecologici, e alla versatilità.

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I vantaggi dei LED
I LED saranno molto probabilmente le luci del futuro, innanzitutto perché hanno un elevato rendimento in termini di rapporto luminosità/consumo di energia. Hanno una durata nettamente superiore a tutti gli altri tipi di lampade: basti pensare che la vita media di una lampadina a incandescenza è di 1.000/1.200 ore, contro le 50.000 ore di un LED. Inoltre, questi ultimi sono poco ingombranti, non hanno costi di manutenzione e producono una luce pulita nel vero senso del temine, in quanto non contengono componenti IR e UV. Se in passato i LED erano prodotti secondo una scala cromatica ristretta, oggi esistono davvero di tutti i colori, compreso il bianco, che probabilmente sarà il più richiesto per l’uso domestico.

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I vantaggi dei diodi elettroluminescenti si comprendono davvero se raffrontati alle altre lampadine. In una scala storica ed “evolutiva”, si può dire che il XIX secolo è stato il tempo delle lampadine a incandescenza (inventate da Joseph Swan nel 1879 e migliorate da Thomas Edison nel 1881), che dissipano oltre il 95 per cento dell’energia sotto forma di calore. Il XX secolo ha visto “brillare” la lampada alogena (inventata nel 1959 da Zuber e Mosby), che sicuramente fa risparmiare tra il 30 e il 50 per cento rispetto alla lampadina classica, ma produce molto calore, per cui bisogna restare a debita distanza. Negli anni Ottanta del XX secolo, poi, è stata inventata la lampada a fluorescenza, detta anche fluocompatta, che ha buon rendimento e una “rispettabile” vita media (tra 10.000 e 20.000 ore), ma ha un tempo di accensione elevato e, cosa peggiore, emette radiazioni ad alta frequenza attorno alla lampada, tali da essere suscettibili di perturbare gravemente le persone.

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E il XXI secolo? E’ sicuramente il tempo dei LED, che però tardano ancora a concquistare le case della gente perché i costi di produzione sono ancora elevati. Inoltre, sia per correttezza sia per non innalzarli a divinità, bisogna dire che l’industria dei semi conduttori (che produce i LED, appunto) è molto più inquinante dell’industria della lampadina classica. Infatti, i solventi utilizzati sono molto pericolosi e certi composti, come l’inidio o il fosfuro, possono provocare anche malformazioni. Per di più, ciò che non si dice mai delle lampadine è proprio l’aspetto del riciclo: le fluocompatte contengono 5 mg di vapori di mercurio, che costituiscono un rifiuto pericoloso, ma nessuno lo sa e così la maggior parte delle persone continua a gettarle nella comune spazzatura. Analogamente, anche i LED andrebbero smaltiti con le giuste precauzioni.

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Una speranza a chi luce non ne ha
I tempi di rivoluzione, si sa, sono molto lunghi, e per iniziare a vedere cambiamenti significativi nelle nostre case dovranno trascorrere almeno vent’anni. Ma i diodi elettroluminescenti possono essere già adottati negli spazi pubblici, come uffici e negozi, in attesa che si diffonda sempre più la cultura della luce pulita (ma i primi esempi non tardano a venire).

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Si parla di tanti tipi di illuminazione, la più efficiente, la meno costosa, ecc, ma spesso non si pensa che più di un quarto della popolazione mondiale (1,6 miliardi di esseri umani) non ha elettricità e quindi non può godere di luci artificiali. L’Africa è il Paese più buio in questo senso, perché solo il 26 per cento dei suoi abitanti ha accesso all’elettricità. Dunque, in situazioni così esterme, l’elettricità elettronica dei LED può dare luce e anche speranza. Infatti, una ONG chiamata Light Up the World ha come sua missione l’equipaggiamento con diodi alimentati a energia solare di quei centri abitati finora sprovvisti di elettricità. Il loro prossimo obiettivo è un villaggio in Nepal. Un’iniziativa, quella di Light Up the World, che illumina la solidarietà, anche in modo ecologico.

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