Inserito da: Angela | Giugno 30, 2009

Conoscere il mondo attraverso la fotografia

Talvolta la navigazione internet mirata ad un obiettivo preciso può portare a scoprire per caso siti web inaspettati e, che anche per questo, stupiscono!
Trekearth è un sito costruito per gli amanti della fotografia, professionisti e non, che grazie ai loro scatti possono far conoscere agli altri membri o ai visitatori in generale del portale, paesaggi, situazioni, dettagli, tradizioni, culture e tutti quei frammenti di vita che possono essere immortalati in uno scatto fotografico. E questo da ogni angolo della terra!
Trekearth è un po’ come una grande piazza, dove le persone possono incontrarsi, scambiarsi idee e opinioni, principalmente sulla fotografia ma anche su tante altre cose, commentare le opere altrui e per questo crescere e imparare…
Il bello è che questo sito può essere utile anche se si vuole fare un viaggio, reale o virtuale che sia, scegliendo sulla mappa il paese di destinazione e potendo visionare tutte le foto postate a riguardo. Inoltre, si possono anche cercare i membri del sito, i cosiddetti “TE members”, guardare i loro album, contattarli, ecc.
Insomma, per gli amanti della fotografia quale affascinante strumento di scoperta di luoghi e situazioni, trekearth.com può essere un ottima finestra sul mondo, sulle sue bellezze, stranezze e anche paradossi… Conoscere la realtà attraverso la fotografia rende senza dubbio la vita più colorata, anche quando si è di fronte ad un bianco e nero!

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Inserito da: Angela | Maggio 30, 2009

La visione del paesaggio

Leggendo alcuni testi per motivi di studio, sono rimasta affascinata dal punto di vista di un autore riguardo il “paesaggio in quanto luogo”.
Di seguito ne riporto l’originale in inglese e poi una modesta traduzione in italiano.

“It is a landscape as enviroment, ambracing all that we live amidst, and thus it creates a sensitivity to detail, to texture, colour, and all the nuances of visual relationships, and more, for enviroment engages all our senses, the sounds and smells and ineffable fell of a place as well… Such a view is… central ground to the geographer… [who]… will see in the landscape a variety of patterns and relationships… [which]… take on meaning only when interpretated with some understanding oh history and ideology… Those interested in particular localities share a belief that one of the greatest riches of the earth is its immense variety of places… [and] that the individuality of places is a fundamental charateristic of subtle and immense importance… that all human events take place, all problems are anchored in place, and can ultimately only be understood in such terms.”
(Meinig, 1979)

Fontana Fredda - Monti Sibillini

Dead Vlei, Namibia

“E’ il paesaggio come ambiente, che abbraccia tutto ciò in mezzo a cui viviamo, e perciò crea una sensibilità per i dettagli, per le trame, i colori, e tutte le sfumature delle relazioni visive, e in più, l’ambiente interessa tutti i nostri sensi, i suoni e gli odori ed anche l’ineffabile sensazione di un luogo… La visione è il centro della terra per il geografo, che vedrà nel paesaggio una varietà di modelli e relazioni… i quali acquistano significato solo quando interpretati con alcune conoscenze di storia e ideologia… Quelle riguardanti particolari località condividono la convinzione per cui una delle ricchezze più grandi della terra è la sua immensa varietà di luoghi… e che l’individualità dei luoghi è una caratteristica fondamentale di sottile e immensa importanza… perché tutti gli eventi umani hanno luogo, tutti i problemi sono legati ad un posto, e in fondo possono essere compresi soltanto in questi termini”.
(traduzione A. T.)

PAPERE

insetto su fiore

Le parole dell’autore vogliono essere solo uno spunto per riflettere sul fatto che nulla di ciò che ci circonda è banale, scontato o monotono. Sta a noi dare il giusto valore ai “paesaggi che ci appartengono”, grandi o piccoli che siano…

Inserito da: Angela | Aprile 13, 2009

Secondo corso di fotografia naturalistica a Capracotta

A tutti gli appassionati della natura e della fotografia, vi posto la locandina del secondo corso di fotografia naturalistica che si tiene a Capracotta (IS), nel suggestivo scenario montano del Giardino della Flora Appenninica.
Come protrete leggere voi stessi, il corso è tenuto da due fotografi professionisti, molto bravi, preparati e anche simpatici (garantisco io che ho già frequentato il I livello lo scorso anno), con i quali si è creato anche un blog di fotoamatori.
Anche le date scelte, dal 30 aprile al 3 maggio, sono strategiche, a cavallo della festa del 1 Maggio, per permettere ai più di partecipare.
A quanti siano interessati, ci sono tutti i riferimenti nella locandina che qui pubblico.
Perché la fotografia è un’arte e la natura ne è una delle principali ispiratrici.

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Inserito da: Angela | Marzo 28, 2009

Un’ora contro i cambiamenti climatici

EARTH HOUR
Oggi, dalle 20.30 alle 21.30 spegniamo tutti le nostre luci per contribuire a manifestare contro l’incalzare dei cambiamenti climatici. E’ un modo, questo, per far dimostrare ai nostri governi quanto siamo interessati alla salute del nostro pianeta, quanto vogliamo che si prendano decisioni politiche al fine di ridurre la produzione di CO2 con le nostre attività!

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Solo un’ora, un’ora in cui la Terra tornerà a respirare un pò più leggera… come non faceva da tanto.
Magari anche dopo oggi proviamo a spegnere di più le nostre luci, così ne guadagneremo per il futuro!

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Inserito da: Angela | Febbraio 27, 2009

La proposta del caricabatterie universale

E’ uno dei rifiuti tecnologici più diffusi e nelle case si dà vita ad una vera e propria collezione ogni volta che si compra un nuovo cellulare. Si tratta dei caricabatterie, questi oggetti ormai diventati fondamentali nella vita quotidiana ma che si stanno accumulando in maniera spropositata. Questo, ovviamente, va a discapito dell’ambiente, perché lo smaltimento dei rifiuti tecnologici è lungo ed oneroso (e per questo molto spesso diventa illecito). Inoltre, i caricabatterie comportano uno spreco di energia notevole quando restano attaccati nonostante il cellulare sia carico.

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Finalmente molte industrie mondiali di telefonia hanno dato il loro consenso per la produzione di caricabatterie universali a partire dal 2012. Tra queste ci sono LG, Motorola, Nokia, Qualcomm, Samsung, Sony Ericsson. Tra gli operatori, il gruppo 3, AT&T, KTF, Mobilkom Austria, Orange, Telecom Italia, Telefonica, Telenor, Telstra, T-Mobile e Vodafone. Mancano invece Blackberry e Apple, che nei loro prodotti hanno sempre mantenuto propri standard. Il recente Barcellona Mobile World Congress è stato l’occasione ideale per dichiarare l’impegno per ridurre gli sprechi e gli impatti ambientali, sia ai cittadini, sia alle istituzioni mondiali, le quali spesso hanno ribadito la necessità di trovare delle soluzioni alternative per ridurre la produzione di questi oggetti. In particolare, la Commissione Europea continua a pressare i produttori di cellulari perché la conversione dei caricatori differenziati in universali avvenga anche prima del 2012.

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Alcune compagnie, poi, si sono già attivate per ridurre gli impatti sull’ambiente dei telefonini e dei loro accessori. Ad esempio, la Nokia ha già iniziato a non includere più il caricabatterie nella confezione del cellulare, riducendo, così, anche il costo per il consumatore. La Samsung, invece, ha dotato i suoi telefonini di un allarme particolarmente fastidioso che si attiva quando il cellulare è carico, così da costringere la persona a staccarlo dalla presa della corrente. E ancora, su questa scia ecologista, LG e ZTE hanno creato dei cellulari con micro pannelli solari, così da rendere completamente eco-compatibile la loro ricarica.
Queste iniziative sono importanti perché ci fanno capire quanto bisogna essere attenti nell’utilizzo dell’energia e delle risorse di cui disponiamo, innanzitutto a partire dai più semplici gesti quotidiani, per andare verso condotte di vita sempre più consapevoli e rispettose dell’ambiente che ci circonda.

Inserito da: Angela | Gennaio 28, 2009

Verso una luce più pulita

Lampadine voraci
Molte delle cose che vengono fuori dalle mani dell’uomo purtroppo accrescono l’inarrestabile livello di emissioni di CO2, e fra queste c’è anche la luce prodotta dalle lampadine. La Commissione Europea ha dichiarato che l’illuminazione elettrica genera l’equivalente del 70 per cento delle emissioni gas a effetto serra del mondo!
Da dove arriva il problema? Ebbene, ci sono alcuni tipi di lampadine, quali quelle a incandescenza (le classiche lampadine col filo di tungsteno) e quelle alogene, che risultano troppo voraci di energia; inoltre, questa energia utilizzata la convertono maggiormente in calore piuttosto che in luce, che sarebbe il loro vero scopo.

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Nell’illuminazione pubblica già da vari anni si sta correndo ai ripari. Infatti, negli uffici si usano prevalentemente i tubi fluocompatti, moderatamente a basso consumo, e nelle strade si utilizzano le lampade ai vapori di sodio o quelle bianche agli ioduri metallici. L’ambito più difficile da “convertire” è l’illuminazione privata, perché tutti in casa utilizziamo ancora le lampadine tradizionali. In base alle stime dell’Unione Europea, si pensi che se si potessero eliminare le lampade domestiche a bassa efficienza energetica, si potrebbero recuperare da qui al 2015 oltre sette miliardi di euro ogni anno!

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Poiché si parla di grandi cifre, le due più grandi industrie di lampade a incandescenza, la Philips e la Osram, hanno dichiarato che ne interromperanno la produzione a partire dal 2015. Vari Paesi, inoltre, hanno già preso dei provvedimenti in proposito: la California ha deciso che dirà addio alle vecchie lampadine entro il 2010; Australia e Canada la seguiranno entro il 2012. Invece, in Italia la sospensione nell’uso e nella distribuzione di queste lampade avverrà dal primo gennaio 2011, con un risparmio di tre milioni di tonnellate di emissioni di CO2 nell’atmosfera.

Quale soluzione?
Oggi sentiamo sempre più spesso parlare di illuminazione LED. Di cosa si tratta? L’acronimo deriva dall’inglese Light Emitting Diode, vale a dire diodo elettroluminescente e, per intenderci, sono quelle piccole ma potenti lucine si trovano nei fari delle biclette di ultima generazione (ma anche delle auto), nei flash dei cellulari, nei semafori, nelle insegne pubblicitarie, ecc. (Per un maggiore approfondimento, clicca qui) Lo scienziato americano Nick Holonyak è l’artefice del LED. Infatti, nel 1962 egli capì che per ogni watt di elettricità utilizzato, il diodo avrebbe prodotto una luce più brillante di qualsiasi altra lampadina. Si tratta, in fondo, di una “luce elettronica” ed è una tecnologia estremamente promettente, perché permette di unire la qualità, al risparmio, sia di denaro sia in termini ecologici, e alla versatilità.

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I vantaggi dei LED
I LED saranno molto probabilmente le luci del futuro, innanzitutto perché hanno un elevato rendimento in termini di rapporto luminosità/consumo di energia. Hanno una durata nettamente superiore a tutti gli altri tipi di lampade: basti pensare che la vita media di una lampadina a incandescenza è di 1.000/1.200 ore, contro le 50.000 ore di un LED. Inoltre, questi ultimi sono poco ingombranti, non hanno costi di manutenzione e producono una luce pulita nel vero senso del temine, in quanto non contengono componenti IR e UV. Se in passato i LED erano prodotti secondo una scala cromatica ristretta, oggi esistono davvero di tutti i colori, compreso il bianco, che probabilmente sarà il più richiesto per l’uso domestico.

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I vantaggi dei diodi elettroluminescenti si comprendono davvero se raffrontati alle altre lampadine. In una scala storica ed “evolutiva”, si può dire che il XIX secolo è stato il tempo delle lampadine a incandescenza (inventate da Joseph Swan nel 1879 e migliorate da Thomas Edison nel 1881), che dissipano oltre il 95 per cento dell’energia sotto forma di calore. Il XX secolo ha visto “brillare” la lampada alogena (inventata nel 1959 da Zuber e Mosby), che sicuramente fa risparmiare tra il 30 e il 50 per cento rispetto alla lampadina classica, ma produce molto calore, per cui bisogna restare a debita distanza. Negli anni Ottanta del XX secolo, poi, è stata inventata la lampada a fluorescenza, detta anche fluocompatta, che ha buon rendimento e una “rispettabile” vita media (tra 10.000 e 20.000 ore), ma ha un tempo di accensione elevato e, cosa peggiore, emette radiazioni ad alta frequenza attorno alla lampada, tali da essere suscettibili di perturbare gravemente le persone.

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E il XXI secolo? E’ sicuramente il tempo dei LED, che però tardano ancora a concquistare le case della gente perché i costi di produzione sono ancora elevati. Inoltre, sia per correttezza sia per non innalzarli a divinità, bisogna dire che l’industria dei semi conduttori (che produce i LED, appunto) è molto più inquinante dell’industria della lampadina classica. Infatti, i solventi utilizzati sono molto pericolosi e certi composti, come l’inidio o il fosfuro, possono provocare anche malformazioni. Per di più, ciò che non si dice mai delle lampadine è proprio l’aspetto del riciclo: le fluocompatte contengono 5 mg di vapori di mercurio, che costituiscono un rifiuto pericoloso, ma nessuno lo sa e così la maggior parte delle persone continua a gettarle nella comune spazzatura. Analogamente, anche i LED andrebbero smaltiti con le giuste precauzioni.

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Una speranza a chi luce non ne ha
I tempi di rivoluzione, si sa, sono molto lunghi, e per iniziare a vedere cambiamenti significativi nelle nostre case dovranno trascorrere almeno vent’anni. Ma i diodi elettroluminescenti possono essere già adottati negli spazi pubblici, come uffici e negozi, in attesa che si diffonda sempre più la cultura della luce pulita (ma i primi esempi non tardano a venire).

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Si parla di tanti tipi di illuminazione, la più efficiente, la meno costosa, ecc, ma spesso non si pensa che più di un quarto della popolazione mondiale (1,6 miliardi di esseri umani) non ha elettricità e quindi non può godere di luci artificiali. L’Africa è il Paese più buio in questo senso, perché solo il 26 per cento dei suoi abitanti ha accesso all’elettricità. Dunque, in situazioni così esterme, l’elettricità elettronica dei LED può dare luce e anche speranza. Infatti, una ONG chiamata Light Up the World ha come sua missione l’equipaggiamento con diodi alimentati a energia solare di quei centri abitati finora sprovvisti di elettricità. Il loro prossimo obiettivo è un villaggio in Nepal. Un’iniziativa, quella di Light Up the World, che illumina la solidarietà, anche in modo ecologico.

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Inserito da: Angela | Dicembre 6, 2008

Monnezza e Salute: molta Miseria e poca Nobiltà (Parte II)

POSIZIONI A CONFRONTO

Gli effetti dell’esposizione ai rifiuti sulla salute umana sono da anni oggetto di ricerca in tutto il mondo. Anche se fino ad oggi i dati disponibili non sono in grado di dimostrare con certezza un nesso causale fra rifiuti e malattie, i risultati delle ricerche evidenziano una maggiore esposizione ad alcune patologie da parte di chi abita nelle zone ad alto degrado ambientale. Da qui l’esigenza condivisa della comunità scientifica internazionale di approfondire le conoscenze in materia di rifiuti e salute attraverso nuovi progetti di ricerca.
La Campania è la regione simbolo dell’emergenza rifiuti ed è qui che aziende sanitarie, enti di ricerca, istituzioni e associazioni ambientaliste concentrano i loro sforzi per fare chiarezza sul rapporto tra rifiuti e salute: se da un lato la presenza di discariche e inceneritori nei pressi dei centri abitati suscita timori tra le popolazioni residenti, dall’altro la molteplicità dei fattori coinvolti e la necessità di approfondire ulteriormente lo stato delle conoscenze invita alla cautela. Riguardo agli effetti dell’esposizione umana ai rifiuti, i ricercatori hanno spesso opinioni contrastanti e la popolazione campana, influenzata da improvvisati esperti e da campagne mediatiche allarmiste, vive una situazione di estremo disagio e di incertezza.
Ma chi ha ragione? A prescindere dal diritto di ciascuno a vivere in un ambiente integro, i cittadini della Campania devono preoccuparsi per la loro salute? E se sì, da cosa devono proteggersi?

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I RIFIUTI IN CAMPANIA: CONTRO OGNI ALLARMISMO

Dov’è il rischio?

In Campania la questione rifiuti è un’emergenza atipica: le discariche sono piene, lo smaltimento è spesso gestito in modo abusivo dalla Camorra e la raccolta differenziata non funziona. I centri abitati sono invasi dai rifiuti e i cittadini hanno iniziato a dare fuoco ai cumuli di spazzatura ammassati nelle strade. I cattivi odori, la sensazione di abbandono, il sospetto dell’occultamento di rifiuti tossici e l’assenza di interventi di bonifica hanno portato le popolazioni locali a percepire una situazione di rischio per la loro salute.
Ma quali sono le minacce sanitarie legate rifiuti?

Per dimostrare gli effetti negativi dei rifiuti sulla salute, alcuni ricercatori hanno fatto ricorso ai dati di mortalità. Nelle province di Napoli e Caserta i decessi per alcuni tipi di tumore sono più diffusi rispetto alla media nazionale, ma la mortalità generale non è superiore a quella del resto d’Italia. Fermo restando che, a prescindere dai suoi effetti sulla salute, il degrado ambientale va contrastato, è importante tenere presente che nessuna ricerca ha mai dimostrato alcuna relazione di causalità tra rifiuti e tumori o altre malattie.
Nel valutare lo stato di salute di una popolazione bisogna tenere in considerazione, oltre ai fattori ambientali, anche variabili di tipo genetico, sociale, economico e culturale.
La popolazione locale, esasperata da uno stato di abbandono indecoroso, sfiduciata nei confronti delle istituzioni e incalzata dagli allarmismi dei media ha trovato nell’Emergenza Rifiuti un canale di sfogo. Le legittime proteste dei cittadini si sono così spostate dalla difesa del diritto a vivere in un ambiente salubre alla lotta contro le autorità per la tutela della salute.
Ma qual è lo stato di salute della popolazione in Campania?

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La qualità della vita in Campania

La Campania presenta ormai da tempo una serie di svantaggi socio-demografici. La densità della popolazione è decisamente elevata, con picchi di 21.032 abitanti/km2 nella città di Napoli. Il livello medio d’istruzione è molto scarso, il grado di alfabetizzazione uno dei più bassi d’Italia e il 15 per cento della popolazione tra i 15 e i 52 anni non ha portato a termine la scuola dell’obbligo. Poco incoraggiante è anche il tasso di occupazione, il più basso a livello nazionale, che nelle Province di Napoli e Caserta si aggira attorno al 30 per cento. A tutto questo consegue una situazione economica poco florida, che inserisce la Campania tra le quattro Regioni più povere d’Italia, con il 21 per cento delle famiglie sotto la soglia di povertà.

A una situazione sociale, culturale ed economica così svantaggiosa si associano stili di vita insalubri che abbassano la qualità della vita e le condizioni di salute della popolazione campana.
La prevalenza dei fumatori in Campania, pari al 26,2 per cento, è molto più alta che nel resto d’Italia e i campani con più di 14 anni comprano mediamente 23 pacchetti di sigarette in più rispetto al resto degli italiani.

Anche le abitudini alimentari influiscono negativamente sullo stato di salute della popolazione campana. Le patologie legate a una dieta sbilanciata sono tra le più diffuse cause di malattia dei Paesi industrializzati, tra cui cardiopatie, tumori, ictus, ipertensione, obesità e diabete. Anche il ruolo di alcuni alimenti come fattori di protezione può essere decisivo: è ormai consolidato il ruolo di frutta a verdura nella prevenzione delle neoplasie.
In Campania solo l’11 per cento dichiara di consumare frutta e verdura almeno cinque volte al giorno, contro il 15 per cento del resto d’Italia. Anche la colazione è meno equilibrata rispetto alla media nazionale: il 72 per cento dei cittadini campani rispetta questa raccomandazione, contro il 79 per cento degli italiani.
Le cattive abitudini alimentari della popolazione campana sono confermate dai dati sui valori di obesità e sovrappeso: gli obesi sono l’1-2 per cento in più rispetto al resto d’Italia, mentre gli uomini e le donne in sovrappeso superano la media nazionale di 5 punti percentuali.
Ad aggravare la situazione contribuisce la scarsa diffusione dell’attività fisica. Solo il 22-26 per cento dei campani svolge attività fisica regolare, contro il 29-30 per cento degli italiani. Il 40 per cento dei cittadini della Campania dichiara di condurre una vita sedentaria, sviluppando anche in questo caso meno fattori protettivi rispetto al resto degli italiani.
Scarsa attenzione alla prevenzione si registra anche nel ricorso agli screening. Solo il 36 per cento delle donne campane sopra i 40 anni si è sottoposta a mammografia e solo il 45 per cento al Pap-test, valori decisamente inferiori alla media nazionale.

Nonostante i fattori negativi sopra descritti, la speranza di vita della popolazione campana, sebbene inferiore rispetto al resto d’Italia, è in netta crescita. Nelle Province di Napoli e Caserta, le più colpite dall’emergenza rifiuti, si registra un aumento della speranza di vita decisamente superiore rispetto all’incremento nazionale.

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Anche la mortalità infantile è in forte calo, pur rimanendo anch’essa al di sopra della media nazionale.

La mortalità in Campania

L’eccesso di mortalità in Campania si registra soprattutto nelle Province di Napoli e Caserta, mentre nelle altre Province la mortalità è di gran lunga inferiore rispetto al resto d’Italia.
Le cause che spiegano quest’evidenza sono soprattutto le malattie cardiovascolari e due tipi di tumore: quello del fegato e quello del polmone.
I fattori di rischio per queste patologie sono noti e sono legati al fumo, attivo e passivo, all’inquinamento da traffico, alla diffusione dell’epatite virale B e C e allo stile di vita in genere (alimentazione e attività fisica).

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I rifiuti per strada causano cattivi odori, senso di frustrazione e rabbia, ma non causano tumori. La mortalità per alcuni tipi di cancro è più diffusa nelle Province a maggior degrado della Campania, ma è dovuta a fattori noti legati allo stile di vita e non all’esposizione ai rifiuti. I dati confermano anche che la mortalità è in diminuzione ovunque.
Questo non preclude ai cittadini il diritto ad un ambiente sano e non inquinato, e non rimuove la necessità di una politica in grado di risolvere definitivamente la questione rifiuti.

Una delle preoccupazioni più diffuse tra la popolazione campana riguarda un possibile aumento delle malformazioni alla nascita, ma in base a quanto rilevato dal Registro delle malformazioni congenite, la Campania ha una frequenza di queste patologie inferiore all’Italia e al resto d’Europa. A prescindere poi dai confronti con le altre popolazioni, in Campania si registra una complessiva riduzione delle malformazioni congenite, sia nel tempo, sia nello spazio.

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Anche le malattie infettive non registrano un aumento e sono nella maggior parte dei casi meno diffuse rispetto al resto d’Italia. È il caso di salmonellosi non tifoidea, diarrea infettiva e, tra le malattie trasmesse dagli animali, di leptospirosi, leishmaniosi, salmonellosi, rickettsiosi e scabbia.

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Uno dei maggiori timori legati all’esposizione ai rifiuti è l’aumento del rischio di malattie tumorali. Le analisi dei dati di incidenza dei registri sui tumori campani non evidenziano però alcun aumento attribuibile all’inquinamento ambientale. I dati sull’andamento dei tumori in Italia mostrano anzi una maggiore frequenza al Nord rispetto al Centro e al Sud.

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Gli unici tumori ad avere un’incidenza significativamente maggiore in Campania rispetto al resto d’Italia sono quelli ai polmoni e al fegato, entrambi attribuibili a fattori indipendenti dall’esposizione ai rifiuti ed entrambi, comunque in diminuzione. La diffusione del tumore ai polmoni si spiega con l’elevato numero di fumatori e il tumore al fegato con l’alta prevalenza di epatite virale B e C.
In generale possiamo quindi dire che la prevenzione del cancro in Campania dovrebbe concentrarsi sul fumo, sulla dieta e sulle infezioni da virus di epatite B e C.

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Cosa dicono le ricerche?

I dati ad oggi disponibili non mostrano alcuna connessione tra esposizione ai rifiuti e rischi per la salute. Secondo un’indagine promossa dall’OMS-Europa nel 2007, “le evidenze non sono sufficienti a determinare una relazione di causalità”.
Anche Pietro Comba, del Reparto di Epidemiologia Ambientale dell’Istituto Superiore di Sanità di Napoli, concorda nella non causalità dei due fenomeni. “Occorre identificare alternative plausibili da testare in modo rigoroso”, spiega lo scienziato, “tenendo presente la multifattorialità dell’eziologia degli esiti in esame e la possibile sinergia giocata dai differenti fattori di rischio”.

A prescindere dall’evidenza delle ricerche, rimane il fatto che l’abbandono della spazzatura per le strade e il contatto della popolazione con i rifiuti deve essere risolto. “Su questo né si discute, né si negozia”, dichiara Donato Greco, membro del Commissariato di Governo per l’emergenza rifiuti in Campania. “E’ importante recuperare quella responsabilità individuale e collettiva” continua lo studioso, “requisito indispensabile per l’identificazione di soluzioni efficaci ai problemi ambientali e di salute della popolazione campana”.

Le istituzioni e i cittadini devono promuovere la riduzione della produzione di rifiuti, la differenziazione, il riuso, il riciclo, l’incenerimento con riutilizzo di energia e lo smaltimento legale. Nella lotta all’emergenza rifiuti qualunque tipo di allarmismo è dannoso oltre che completamente inutile, perché il diritto ad un ambiente salubre è indiscutibile a prescindere dai rischi per la salute.

COME MIGLIORARE LA SITUAZIONE ATTUALE

Nonostante l’interesse dei media sembri negli ultimi tempi diminuito, i problemi legati all’emergenza rifiuti in Campania persistono ancora.
La mancanza di attuali certezze scientifiche obbliga non solo, nel rispetto del principio di precauzione, ad una particolare prudenza nelle decisioni di gestione, ma anche ad un maggiore approfondimento del problema che faccia chiarezza sul rapporto rifiuti-salute.
Per questo motivo è indispensabile:
• Recuperare quella responsabilità individuale e collettiva indispensabile per un rapido rientro alla normalità.
• Garantire la partecipazione dei cittadini, al fine di ridurre la produzione dei rifiuti, di favorire la differenziazione e i conseguenti riuso, riciclo e il corretto smaltimento dei rifiuti residui come modello di sviluppo sostenibile.
• Intensificare gli studi e le ricerche per ampliare le conoscenze sulle strategie di mitigazione ambientale e per stabilire il livello reale di rischio associato ai siti di smaltimento dei rifiuti.
• Ascoltare le necessità delle popolazioni coinvolte nel disagio e prendere in considerazione negli atti decisori anche gli effetti avversi apparentemente meno gravi, quali rumori, cattivi odori, stress, ecc.
• Intensificare la comunicazione e le attività partecipatorie in senso ampio per promuovere l’autonomia della comunità e costruire consensi.

A. P.
A. T.

Inserito da: Angela | Novembre 27, 2008

Monnezza e Salute: molta Miseria e poca Nobiltà (Parte I)

POSIZIONI A CONFRONTO

Gli effetti dell’esposizione ai rifiuti sulla salute umana sono da anni oggetto di ricerca in tutto il mondo. Anche se fino ad oggi i dati disponibili non sono in grado di dimostrare con certezza un nesso causale fra rifiuti e malattie, i risultati delle ricerche evidenziano una maggiore esposizione ad alcune patologie da parte di chi abita nelle zone ad alto degrado ambientale. Da qui l’esigenza condivisa della comunità scientifica internazionale di approfondire le conoscenze in materia di rifiuti e salute attraverso nuovi progetti di ricerca.
La Campania è la regione simbolo dell’emergenza rifiuti ed è qui che aziende sanitarie, enti di ricerca, istituzioni e associazioni ambientaliste concentrano i loro sforzi per fare chiarezza sul rapporto tra rifiuti e salute: se da un lato la presenza di discariche e inceneritori nei pressi dei centri abitati suscita timori tra le popolazioni residenti, dall’altro la molteplicità dei fattori coinvolti e la necessità di approfondire ulteriormente lo stato delle conoscenze invita alla cautela. Riguardo agli effetti dell’esposizione umana ai rifiuti, i ricercatori hanno spesso opinioni contrastanti e la popolazione campana, influenzata da improvvisati esperti e da campagne mediatiche allarmiste, vive una situazione di estremo disagio e di incertezza.
Ma chi ha ragione? A prescindere dal diritto di ciascuno a vivere in un ambiente integro, i cittadini della Campania devono preoccuparsi per la loro salute? E se sì, da cosa devono proteggersi?

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DISCARICHE E INCENERITORI FANNO PAURA

Emissioni e contaminazione

Alla fine dell’Ottocento, con l’avvento dell’Era Industriale, la produzione dei rifiuti cambia radicalmente sia in termini di quantità, sia in termini di qualità dei prodotti di scarto. E’ solo allora che l’uomo inizia a preoccuparsi dello smaltimento e del trattamento dei rifiuti ed è proprio in questo periodo che a Manchester nel 1876 viene costruito il primo inceneritore.
Da allora la situazione dei rifiuti a livello globale è cambiata molto e una nuova coscienza ecologica ha permesso di capire che la soluzione non sta nel distruggere ciò che non serve più, ma rimetterlo in circolo in modo utile e meno impattante possibile. Oggi, infatti, le politiche di gestione dei rifiuti tendono a privilegiare le azioni considerate “pulite” – come la riduzione della produzione dei rifiuti, la raccolta differenziata, il recupero di materiali ed energia dai materiali di scarto – piuttosto che interventi di forte impatto ecologico come l’incenerimento. Le attuali tecnologie hanno consentito di migliorare notevolmente l’efficienza e la sicurezza dei termovalorizzatori, ma i rischi legati alle emissioni di questi impianti rimangono molto elevati.
I prodotti di scarto degli inceneritori sono ceneri e polveri molto sottili che possono ricadere a breve distanza dal luogo di emissione oppure essere sollevate e trasportate dai venti per poi depositarsi in aree più lontane. Gli scarti degli inceneritori sono dannosi per la salute; quando un individuo entra in contatto con essi, ad esempio attraverso il suolo, per inalazione, oppure consumando cibi e acqua contaminati, esiste quindi un rischio reale per la salute umana.
Tra i prodotti inquinanti tristemente note sono le diossine, composti organici presenti in alcuni erbicidi e dotati di elevata tossicità. Si rinvengono in modo particolare nei rifiuti di origine industriale e in quelli generati da attività agricole e zootecniche ed entrano nella filiera alimentare attraverso l’utilizzo di fertilizzanti che contaminano il suolo e, di conseguenza, i foraggi e i mangimi. In questo modo compromettono gli allevamenti, le coltivazioni vegetali, la caccia, la pesca e tutti i prodotti selvatici.
La vicinanza agli inceneritori potrebbe provocare nelle popolazioni residenti soprattutto problemi respiratori, in quanto i fumi residui contribuiscono ad accrescere il livello dell’inquinamento dell’aria. I timori e le preoccupazioni delle popolazioni residenti nei pressi degli impianti sono perciò motivati e si trasformano in legittime manifestazioni di protesta contro la costruzione degli inceneritori. Famoso è il cosiddetto “NIMBY effect” (NIMBY è l’acronimo di “Not In My BackYard”, che letteralmente significa “non nel mio cortile”), vale a dire una reazione a catena di opposizione all’installazione di impianti potenzialmente pericolosi vicino alle abitazioni.

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Anche la presenza delle discariche ha delle conseguenze sull’ecosistema ed effetti più o meno gravi sono registrabili su tutti i comparti ambientali:
• Aria, con le emissioni di CH4, CO2, cattivo odore e la dispersione di sostanze organiche volatili;
• Acqua, con la percolazione di sali, metalli pesanti, sostanze organiche biodegradabili e sostanze persistenti in acquee sotterranee;
• Suolo, con l’accumulo di sostanze potenzialmente pericolose;
• Paesaggio, con l’occupazione del suolo e la restrizione di altri usi;
• Ecosistemi, con la contaminazione e l’accumulo di sostanze tossiche nelle catene alimentari;
• Aree urbane, con la potenziale esposizione della popolazione a sostanze pericolose.

Gli effetti sulla salute

Nello studio “Trattamento dei rifiuti e salute in Campania”, pubblicato nel 2007 da M. Martuzzi e F. Mitis, membri dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, Centro Europeo per l’ambiente e la salute, si fa riferimento alla situazione della Campania. L’emergenza rifiuti di questa regione dura da oltre un decennio e ha spesso portato a ripetuti episodi di tensione sociale. “Qui, come è ormai noto, i rifiuti sono scarsamente gestiti e gli impianti di smaltimento sono insufficienti”, riferisce il dott. Mitis, “Lo scenario è quello delle discariche esauste, delle esigue attività di riciclaggio e della bassa qualità di combustibile derivante dai rifiuti, prodotto in sette impianti nella Regione”. “Anche se non è nota l’entità dell’impatto dei rifiuti sulla salute”, aggiunge il dott. Martuzzi, “vengono spesso avanzate da parte della gente richieste di indennizzo relative ad eccessi di mortalità e stati patologici attribuiti all’esposizione ai rifiuti”.
Per fare maggiore chiarezza su questo aspetto, nel 2004 l’OMS, in collaborazione con ISS, CNR e autorità regionali, ha avviato uno studio per esaminare le implicazioni sulla salute delle diffuse e incontrollate discariche e dell’incenerimento di rifiuti, con maggiore rilevanza per quelli tossici. In modo particolare, sono state analizzate la mortalità e lo stato patologico della popolazione nelle provincie di Napoli e Caserta, le più critiche in termini di gestione dei rifiuti, in cui si registrano con maggiore frequenza attività illegali legate allo smaltimento. I dati raccolti presso le strutture ospedaliere ed esaminati con metodi di analisi spaziale hanno evidenziato un’alta mortalità per cancro (soprattutto quello allo stomaco, al rene, al fegato e al polmone) e un’elevata incidenza di malformazioni congenite (specialmente urogenitali e cardiovascolari) nel periodo che va dal 1994 al 2002. Questo conferma senza dubbio che le preoccupazioni dell’impatto dei fattori ambientali sulla salute sono fondate.

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Al di là della questione campana, in una raccolta di studi relativi agli effetti sulla salute delle persone che abitano vicino a siti di smaltimento dei rifiuti (Vrijheid, 2000), è stata suggerita una relazione tra prossimità delle discariche ed effetti negativi sulla gravidanza. In particolare è stato evidenziato un aumento del numero dei neonati con basso peso corporeo, già noto segnale di esposizione a sostanze chimiche inquinanti.
Al fine di stabilire una più precisa correlazione tra rifiuti e salute, è importante non trascurare i fattori psicologici. Le popolazioni residenti in prossimità dei siti di smaltimento, infatti, sono comunque convinte che la presenza dei rifiuti abbia effetti nocivi per la loro salute. La vicinanza ai rifiuti rappresenta inoltre un fattore di stress per la popolazione esposta, che talvolta accusa disturbi non gravi di per sé (quali mal di testa, insonnia, sintomi respiratori, condizioni psicologiche alterate e problemi gastrointestinali), ma contribuisce ad un deterioramento della qualità della vita.
In questo contesto, già di per sé critico, la sfiducia nelle istituzioni e nella comunità scientifica non fa che aggravare la situazione di una popolazione che, continuamente confusa e strumentalizzata da negazionisti e allarmisti, vorrebbe invece certezze e soluzioni.

Una necessità: il Principio di Precauzione

In una situazione di generale incertezza come questa, un’adeguata gestione del rischio dovrebbe appellarsi al Principio di Precauzione. La sua definizione presentata in occasione della Conferenza di Rio De Janeiro nel 1992, recita: “ Quando vi siano minacce di danni seri o irreversibili, l’assenza di certezza scientifica assoluta non deve essere usata come pretesto per differire l’adozione di misure adeguate ed efficaci, anche economicamente, al fine di prevenire il degrado dell’ambiente.”
Il principio di precauzione, anche se di per sé non risolve l’incertezza scientifica, può e deve essere lo strumento di partenza di ogni decisione di politica ambientale connessa ai rifiuti e comunque, se applicato nel modo corretto, può essere utile per la promozione della ricerca e dello sviluppo di nuove tecnologie per lo smaltimento. Ogni impianto e ogni sito dovrebbe essere valutato in termini di potenziale pericolosità per la salute umana o per l’ambiente. La sfida è impegnativa, ma permetterebbe di ampliare lo stato generale delle conoscenze in materia di rifiuti.

Verso una migliore comprensione: il Progetto Sebiorec

Una delle tecniche più utilizzate e più efficaci per la comprensione del rapporto tra salute umana e rifiuti è il biomonitoraggio, una tecnica che valuta l’esposizione degli organismi agli inquinanti attraverso la misurazione delle quantità di agenti chimici all’interno dei tessuti. Il biomonitoraggio è una metodologia molto complessa che richiede, sia negli studi di osservazione, sia in quelli puramente tossicologici, la valutazione dell’influenza di fattori come il metabolismo, il tempo di esposizione e tutte le matrici ambientali.
Tra i progetti italiani, particolarmente importante è Sebiorec (Studio Epidemiologico Biomonitoraggio Regione Campania), uno studio epidemiologico sui livelli di accumulo di contaminanti persistenti nel sangue e nel latte materno in gruppi di popolazione a diverso rischio di esposizione della regione Campania. Questo progetto è attualmente in corso e i dati che fornirà saranno importanti per la determinazione dei rischi sanitari connessi ai rifiuti.
In seguito a problemi di inquinamento ambientale, derivanti spesso da un’impropria gestione dello smaltimento dei rifiuti, la Regione Campania ha voluto avviare un’indagine per monitorare il livello di esposizione delle popolazioni locali agli inquinanti ambientali. Più nel dettaglio, lo studio Sebiorec si propone di verificare se l’inquinamento di aria, acqua, terreno e alimenti locali abbia determinato un aumento del livello di accumulo di metalli e contaminanti organici persistenti negli abitanti delle aree inquinate. L’esposizione sarà accertata tramite la misurazione della concentrazione nel sangue e nel latte materno di alcune sostante inquinanti come le diossine e i metalli pesanti, e tramite l’esame congiunto delle informazioni ricavate da un questionario sulle abitudini e lo stile di vita, essenziale per l’interpretazione dei risultati.

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La Campania è una regione da decenni particolarmente critica per quanto riguarda la gestione e lo smaltimento dei rifiuti e i fenomeni di abusivismo delle discariche. Il progetto Sebiorec, che si svolge in 16 comuni distribuiti tra le province di Napoli e Caserta e coinvolge aree a diversa pressione ambientale da rifiuti, ha come obiettivo principale quello di analizzare il livello di esposizione della popolazione a contaminanti persistenti, nonché di indagare le relazioni tra fattori di rischio ambientali e salute. Un altro fine altrettanto ambizioso è quello di costruire un sistema di sorveglianza permanente per dare una corretta misura dei rischi ed evitare la sottostima dei problemi realmente esistenti e degli allarmi ingiustificati. Questo permetterebbe infatti di valutare e programmare gli interventi di bonifica da effettuare.
Il campione della popolazione è costituito da volontari selezionati tra i residenti e scelti mediante sorteggio casuale per età e sesso, in modo da rappresentare la struttura demografica della popolazione. Per ogni comune il campione è costituito da 30 uomini e 30 donne di età compresa tra i 20 e i 64 anni che devono risiedere nell’area da più di dieci anni.
Al fine di garantire una corretta interpretazione dei dati, le analisi dei campioni di latte e di sangue saranno affiancate da questionari sulle abitudini e lo stile di vita, poiché il confronto tra questi due tipi di dati è determinante per l’interpretazione dei risultati.
In generale, gli inquinanti prodotti dai processi industriali o presenti in natura hanno diverse modalità di diffusione nell’ambiente e possono entrare nel terreno, essere trasportati dal vento e dall’acqua in zone più o meno lontane dall’emissione, contaminare vegetali e animali ed entrare così nella catena alimentare, arrivando a volte fino all’uomo.
In modo particolare, lo studio SEBIOREC si propone di analizzare nei campioni di sangue e di latte le seguenti sostanze:
• diossine (PCDD e PCDF)
• policlorobifenili (PCB)
• polibromodifenil eteri (PBDE)
• metalli pesanti come cadmio (Cd), mercurio (Hg) e piombo (Pb)
• eventuali altre sostanze chimiche considerate dalla Convenzione di Stoccolma sugli inquinanti organici persistenti (POPs)
Questi inquinanti hanno diversi tempi di ingresso, permanenza ed eliminazione dal corpo umano e hanno specifiche caratteristiche di accumulo nei tessuti e negli organi. In condizioni di bassa esposizione, tali sostanze sono presenti nei liquidi biologici in concentrazioni ridotte, ma la loro quantità può variare a seconda del tipo di assorbimento attraverso inalazione, contatto e ingestione.
Il progetto è reso ancora più efficace da un esteso programma di comunicazione, con l’obiettivo di creare consensi e coinvolge tutti i soggetti interessati: i team delle ASL, i cittadini, i focus group, le associazioni, i media; tutto questo attraverso seminari, conferenze stampa, comunicati e con la distribuzione di materiale informativo.

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A. P.
A. T.

Inserito da: Angela | Ottobre 27, 2008

Ecomostri: una campagna di denuncia collettiva

Dall’inizio di ottobre Ecoradio, Repubblica.it e Legambiente hanno dato il via ad una campagna collettiva di denuncia dei cosiddetti “ecomostri”. Si tratta di scempi edilizi costruiti in aree paesaggisticamente rilevanti, di abusi edilizi in corso oppure arrestati ed abbandonati, di cementificazioni dannose per l’uomo e per la natura!


Da notare il cambiamento di colore della chioma del pino secolare, ormai secco, come conseguenza della costruizione dei garage sotterranei.

C’è da rilevare che la gente ha aderito molto attivamente a questa iniziativa, chiamata “Hai visto un ecomostro?”, pronta e motivata nel voler “fare qualcosa” per il prioprio territorio, agire nei confronti di situazioni in stallo da anni o decenni, ma anche di abusivismi che stanno nascendo ora. E’ questa una piaga che affligge da molto tempo il nostro “bel paese”.


Villaggio Coppola – Castel Volturno (CE)


Albergo Alimuri – Vico Equense (NA)


Punta Grande, Porto Empedocle (AG)

Per contribuire basta mandare delle foto, possibilmente arricchite da didascalie, all’indirizzo e-mail ecomostri@ecoradio.it.
Sono tanti i casi in cui le compagnie edilizie, protette da forze politiche di rilievo, danno vita in modo rapido e silente a questi mostri di ferro e cemento. Riuscire a tirarli giù non è affatto facile, perché bisogna combattare contro i lunghi processi giudiziari, che se riescono ad emettere una sentenza definitiva è già una grande vittoria. E così scorre il tempo, i palazzi fatiscenti si logorano, si verificano crolli e magari la gente inzia a temere per la propria incolumità passando nei pressi di queste strutture che talvolta sorgono nel bel mezzo dei centri abitati.


Ecomostro sul lungomare di Castellammare di Stabia (NA)

Su di una sezione del sito di Legambiente, chiamata proprio ecomostri.it, ci sono numerosi esempi degli scempi che imbruttiscono il nostro paese, corredati da tanto di cronistoria e, in alcuni casi, dalla celebrazione della “ecovittoria”.
Il caso più eclatante e recente è quello di Punta Perotti, a Bari: un complesso edile di quattro palazzi con almeno tredici piani ognuno, sorto nel 1995 ad appena 300 metri dal mare.


Ecomostro di Punta Perotti (BA) prima dell’aprile 2006

Il suo impatto visivo sul lungomare barese era così imponente tanto da farlo definire la “saracinesca di Bari”. Ebbene, si, ERA! Nell’aprile del 2006 è stato fatto saltare e, anche se la città si è riempita di polvere, i 300 mila metri cubi di cemento abbattuti hanno lasciato respirare la gente finalmente soddisfatta per questa azione! Un gran bel lieto fine che dimostra come, nonostante mille difficoltà, si possano raggiungere gli effetti auspicati.
La speranza di questa campagna è innanzi tutto di dare una voce di protesta al silenzioso abusivismo italiano, e, magari, spronare le autorità compententi e i soggetti interessati a prendere i provvedimenti necessari.
E’ importante far sentire la propria voce ed esercitare il diritto alla partecipazione in quanto cittadini. Per questo cerchiamo di utilizzare questo strumento per “abbattere” anche i nostri ecomostri!

Inserito da: Angela | Settembre 27, 2008

ALVEARE – FIORE: ANDATA E RITORNO

Lo sapete che le larve di api nutrite sempre e solo con pappa reale sono destinate a diventare api regine? E che l’ape regina può vivere fino a cinque anni, mentre l’ape operaia, in una stagione riproduttiva, vive solo fino a 50 giorni? Sembra incredibile, ma in una famiglia di api durante la stagione riproduttiva ci sono dai 50 ai 60 mila individui! E che dire poi del fatto che in un giorno le api di un alveare possono visitare fino a 225.000 fiori!

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Sono insetti sociali straordinari, con una struttura organizzativa così complessa che guai se una di loro non svolge il proprio compito! Chissà se è meglio essere un’ape regina, il cui unico scopo è produrre uova e per questo essere nutrita in continuazione, oppure essere un ape operaia, i cui compiti cambiano ogni giorno della sua breve ma intensa vita, sempre al servizio della sua immensa famiglia chiamata alveare. Altruiste infallibili, sono in grado di comunicare alle altre api con una tale complessità di movimenti, in base alla posizione del sole, dove si trova esattamente una nuova fonte di cibo. E tutto questo ai nostri occhi ci appare come una spettacolare danza, la danza delle api. Volatrici instancabili, a una velocità media di 24 km/h, per produrre un chilo di miele fanno 60 mila voli andata e ritorno dall’alveare al fiore! Si pensi che una sola ape, per produrre la stessa quantità di miele vola per circa 150 mila chilometri, vale a dire quasi quattro volte il giro della Terra!
Già l’uomo primitivo conosceva questi preziosi insetti, ai quali andava a sottrarre le loro dolci scorte negli alveari.

Questa è una pittura rupestre risalente a 10.000 anni fa, in cui si vede bene un uomo che si arrampica per prendere un alveare e tiene lontane le sue api con del fuoco, stordendole.
Da allora le tecniche si sono evolute, ma non troppo, perché le popolazioni indigene delle foreste tropicali è ancora così che prelevano il prezioso fluido ambrato, rischiando di cadere da grandi altezze nel raggiungere gli alveari, oppure di essere punti fino alla morte.
Per noi, invece, è tutto così semplice, perché gli apicoltori forniscono alle api dei telai in legno nelle quali costruiscono prima le loro cellette di cera e poi vi depositano il miele, che producono grazie al loro speciale processo di digestione del nettare. Nessun altro animale al mondo riesce a fare una magia del genere. All’uomo non resta altro che prendere la cornice quando è piena di miele, porla nello smielatore centrifugo il quale sottrae solo una parte del miele depositato. Eh si, bisogna fare attenzione alle quantità, perché se si preleva troppo miele, poi le api di cosa si nutrono? In fondo, è come se stessimo rubando dalla loro dispensa e il bello è che ce lo lasciano fare! In realtà non è finita qui, perché il lavoro dell’apicoltore inizia laddove termina quello delle api e consiste in una serie di procedimenti con numerose fasi: estrazione dei melari, stoccaggio dei melari, disopercolatura, smielatura, filtraggio, decantazione, schiumatura, invasettamento, stoccaggio.

Nell’immaginario comune le api sono associate soltanto al miele, ma in realtà riescono a creare tanti altri prodotti, che l’uomo sfrutta tutti:
- Miele –> Usato non solo nell’alimentazione, ma anche come disinfettante e cicatrizzante (a questo proposito, infatti, esiste un’antica pratica terapeutica definita apiterapia).
- Cera –> Prodotta da speciali ghiandole dell’addome, è usata in cosmetica, come medicinale e per incerare i mobili.
- Propoli –> Molti sicuramente non ne hanno mai sentito parlare. È ricavata dalle sostanze balsamiche, resinose e gommose che rivestono le gemme di molte piante e viene utilizzata dalle api per rinforzare l’alveare, per tappare eventuali buchi e per sterilizzare l’ambiente. Infatti, l’origine della parola deriva dal greco pro-polis, che significa “prima della città”, inteso come qualcosa che serve a difendere la città delle api, cioè l’alveare, da malattie e predatori. L’uomo la utilizza come antibiotico, disinfettante e cicatrizzante.
- Pappa reale –> Prodotta dalle ghiandole faringee o nutrici delle api e serve per nutrire le larve delle api nei primi giorni di vita. È un’efficace ricostituente.
- Polline –> Non è un prodotto diretto delle api, ma derivato dalla loro attività di “ispezionatrici di fiori”, per cui il polline in parte rimane attaccato alle loro zampe e così trasportato all’alveare. Anch’esso è un ricostituente.
- Attività pronuba –> I frutticoltori sfruttano la caratteristica delle api di volare di fiore in fiore per garantire la fecondazione incrociata tra le varietà di piante coltivate.

Pensate se un giorno le api non ci fossero più. Niente più alveari, niente più miele; gli apicoltori fallirebbero; il mercato che gira intorno ai prodotti delle api cadrebbe in rovina; l’alimentazione umana sarebbe ridotta all’osso, perché quasi tutte le colture di cui ci nutriamo dipendono dall’impollinazione degli insetti e l’80% di questo lavoro lo svolgono le api! Gli ecosistemi naturali verrebbero stravolti e moltissime specie vegetali si estinguerebbero. Insomma, si può dire che se venissero a mancare le api, una grave carestia colpirebbe l’uomo e la natura.
Ma perché questo scenario così inquietante e pessimista? Perché da pochi anni, esattamente dalla fine del 2006, è stato osservato un fenomeno preoccupante ed allarmante, mai visto prima. Intere famiglie di api sono scomparse di colpo presso le popolazioni del Nord America, senza lasciare alcuna traccia. Anche in Europa è stata presto rilevata quella che ormai viene chiamata la “Sindrome dello svuotamento degli alveari” (oppure in inglese, Colony Collapse Disaster, CCD), in particolare in Belgio, Francia, Grecia, Italia, Olanda, Portogallo e Spagna.
Di punto in bianco quasi tutte le api adulte spariscono, senza più fare ritorno a casa, lasciando l’alveare con qualche ape viva, con o senza regina, con le scorte di miele intatte e con le larve delle quali nessuno può più curarsi. Insomma, la famiglia è destinata a morire. Delle api adulte nessuna traccia. Vanno a morire lontano, portandosi dietro il segreto del problema.
La sindrome dello svuotamento degli alveari non deve essere considerata una nuova malattia, quanto piuttosto un mosaico di fattori. Al primo posto tra le cause si annovera l’eccessivo uso di pesticidi. Una particolare classe di questi, chiamati neoniocotinoidi, utilizzata in agricoltura, entra nel ciclo vitale della pianta così che le api ne vengono in contatto attraverso il polline dei fiori. Questi pesticidi agiscono a livello del sistema nervoso, bloccando il passaggio degli impulsi e causando la morte degli insetti. Alcune ricerche tedesche, inoltre, dimostrerebbero una stretta correlazione tra sorgenti mobili di onde elettromagnetiche (si pensi ai famosi ripetitori per i cellulari) e l’abbandono degli alveari: la presenza eccessiva di queste micro onde farebbe perdere l’orientamento alle api. Anche le colture OGM potrebbero avere degli effetti negativi sulle api, in particolare il bacillo BT (Bacillus thuringiensis) del mais, che indebolirebbe le difese immunitarie e la resistenza ai parassiti. E a completare la lista ci sono i cambiamenti climatici, che ridurrebbero la qualità e disponibilità di acqua e pascolo, rendendo meno salubre il territorio.

La situazione appare, quindi, molto complessa e preoccupante, tanto che di recente è stato istituito un gruppo di lavoro internazionale chiamato COLOSS (dall’inglese COLONY & LOSS, scomparsa di colonie) che riunisce 61 paesi in tutto il mondo, di cui 23 europei, il cui obiettivo principale è incentrare la ricerca scientifica per prevenire la scomparsa di api su larga scala, attraverso l’identificazione dei fattori variabili e lo sviluppo di strategie di conduzione sostenibile degli alveari.
L’Italia è molto coinvolta nella vicenda, perché conta 55/75 mila apicoltori (professionisti e hobbisti), 1,2 milioni di alveari, 10 mila tonnellate di miele prodotto all’anno e un fatturato stimato a 25 milioni di euro. Ricerche dell’APAT evidenziano come in Italia nel 2007 sia scomparso tra il 30% e il 50% delle api. Il nostro Paese, purtroppo, ha un triste primato: utilizza un terzo dei pesticidi di tutta Europa. Ecco perché molti apicoltori, riuniti nell’UNAAPI (Unione Nazionale Associazione Apicoltori Italiani) chiede al governo di bandire l’utilizzo in agricoltura dei neonicotinoidi, prodotti dalla Bayer, azienda farmaceutica molto potente e influente. La stessa presa di posizione è stata attuata già alcuni anni fa in Francia, con esito positivo. Invece, nel nostro Paese la situazione non sembra risolversi, e non bastano lo proteste degli apicoltori a far cambiare idea al Governo.
Intanto per scongiurare il triste esito che questo problema sta provocando, alcuni apicoltori italiani hanno pensato di trasferire le proprie arnie dalla pianura alla montagna durante il periodo ottobre-aprile, così da esporle meno ai pesticidi delle colture massive. Il problema sorgerebbe se questo trasferimento dovesse essere fatto anche nei mesi estivi, quando cioè le api in montagna e nei boschi non troverebbero cibo a sufficienza. In questo caso, sarebbero gli stessi apicoltori a fornire cibo (zucchero) alle api per poterne garantire la sussistenza, con un dispendio economico non indifferente, oltre che una perdita di numerose qualità di miele, cioè quelle prodotte grazie ad alcune specie di piante che vivono a bassa quota.

La speranza inizia dal Governo, che per primo deve prendersi la responsabilità politica di applicare il principio di precauzione, al fine di salvaguardare questi straordinari insetti senza i quali tutti avremmo una vita più povera. Ma l’impegno riguarda anche gli agricoltori, gli allevatori, grandi e piccoli, e tutti noi, perché ora che la moria delle api sta diventando un allarme globale, si possa attuare un comportamento più rispettoso e sostenibile sia per le api, sia per l’ambiente che ci circonda.

“Alveare – Fiore”, così cita il titolo di questo post, rappresentano due stazioni di una linea ferroviaria che non viaggia su vere e proprie rotaie, bensì su chilometri e chilometri di rotte libere nell’aria, le quali collegano ogni alveare al proprio campo di fiori. E’ un treno senza mai capolinea, perché se le api smettessero anche solo per un giorno di fare il loro percorso, l’alveare diventerebbe una città che perde le sue scorte e le sue forze, non potrebbero crescere nuove api, né si produrrebbe più miele.
Questo treno non può e non deve avere alcun capolinea…

Angela Tavone

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